In occasione del Meeting per l’amicizia tra i popoli tenutosi a Rimini nell’agosto del 2025 e intitolato dall’opera “Cori da «La Rocca»” dello scrittore Thomas Stearns Eliot. “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”, si è tenuto un reading a cura della redazione della rivista Zetesis.
Nel numero della rivista (2, 2025) in uscita a Novembre compare il testo del Reading così come si è realmente effettuato, con testi in una versione ridotta e adattata compatibilmente al tempo a disposizione; le parti di introduzione e di raccordo sono state lette a due voci e i testi sono stati recitati da due giovani attori.
Di seguito presentiamo oltre alle introduzioni tematiche ai vari punti toccati e ai brani presentati nel Reading, la versione più completa dei testi recitati ed altri passi attinenti ed utili ad ampliare la visione complessiva del tema .
VENIVANO MIRIADI DI UOMINI PORTANDO PIETRE ED ESSI LE PRENDEVANO E COSTRUIVANO (Pastore di Hermas, III Visione)
Nella III Visione de Il Pastore di Hermas, un testo cristiano del secondo secolo, incontriamo la misteriosa visione da cui abbiamo tratto il titolo: miriadi di uomini portano pietre, che vengono scelte, o scartate, o adattate alla nuova costruzione. I testi che presentiamo – in una versione ridotta e adattata compatibilmente al tempo a disposizione –, composti dall’epoca della nascita di Cristo fino al quinto secolo, sono una piccola selezione di quella “miriade di uomini” che, fra speranze e novità, hanno costruito i primi secoli della nostra era.
I. L’IMPERO SENZA FINE
All’epoca in cui Cristo nasce a Roma sono terminate le guerre civili, in cui un poeta come Orazio vedeva l’esito del peccato d’origine, il fratricidio di Romolo. Ma è lo stesso Orazio a prevedere, nella perennità dell’ascendere solenne delle vergini Vestali sul Campidoglio, una lunga durata nel tempo. Questa lunga durata è ciò che il destino sembra aver preparato a Roma e al suo impero, e sono in molti a far propria questa previsione, questa certezza.
Lo ha promesso Giove a Venere, quando la madre di Enea, nel racconto di Virgilio, era salita sull’Olimpo e si era lamentata per l’ostilità di Giunone verso i Troiani: Enea avrebbe raggiunto l’Italia e dalla sua discendenza sarebbe disceso Romolo, fondatore di Roma e della stirpe romana, quella stirpe che avrebbe sottomesso la Grecia, vendicando così dopo secoli la sconfitta di Troia, per poi estendere il suo governo in “un impero senza fine” di tempi e di spazi, grazie al compito affidatole di unire tutti i popoli sotto la legge.
Una pace come la dà il mondo, certo, ma neppure un deserto quale un nemico la definisce: perché l’integrazione dei popoli, “la stirpe mista che di sangue uscirà” di cui parla Virgilio, è un fatto che uno dei primi imperatori, Claudio nato non in Italia, ma a Lione, proclamerà chiedendo per i Galli la cittadinanza romana, in nome di una storia di aperture a tutte le popolazioni via via aggiunte.
Nei secoli successivi l’affermazione della grandezza di Roma resta come punto di sicurezza continuamente proclamata, con nostalgia da chi guarda al passato o con impegno come quello trasmesso da un imperatore al proprio figlio: «amare lo stato come la casa paterna e i suoi antenati». E certo finché Roma riesce a fornire questa sicurezza, ci sarà la possibilità di percorrere le sue strade, portando merci, lingue, idee; portando dappertutto anche l’annuncio cristiano.
Il poeta Rutilio Namaziano di origine gallica è costretto nei primi decenni del V secolo a ritornare da Roma nel suo paese d’origine, devastato dalle invasioni dei Visigoti. Mentre viaggia per mare, essendo ormai le strade impraticabili ed insicure e imbarcatosi a Ostia, percorre il litorale toscano, stupito dalle bellezze naturali, ma anche triste di dover abbandonare la città di Roma a cui innalza un elogio commosso e sincero riprendendo quelle profezie di Giove: Roma è stata capace di aggregare tanti popoli, con guerre giuste, ma anche e soprattutto elargendo le sue leggi «destinate a vivere nei secoli».
Analogamente si esprime lo storico Ammiano Marcellino durante il IV sec.; ammiratore fervente della cultura classica, fiducioso che essa possa rifiorire sotto l’imperatore Giuliano, vede certamente che la città è nella fase della vecchiaia, ma sa per certo che Roma che ha portato pace e leggi, «vivrà finché ci saranno gli uomini».
Epodi 7
Dove, dove, empi, vi precipitate? Perché
vi vengono in mano le spade, appena riposte nel fodero?
O forse poco sangue latino è stato versato
sopra la terra e il mare,
non già perché il Romano incendiasse le rocche
superbe dell’invidiosa Cartagine
o il Britanno finora mai affrontato scendesse
stretto in catene lungo la Via Sacra,
ma perché, come si augurano i Parti,
questa città perisse di sua mano?
Non hanno questa condotta nemmeno i lupi e i leoni,
feroci soltanto con chi non è un loro simile.
Cos’è che vi trascina ciecamente? Follia,
una forza irresistibile? Una colpa? Rispondetemi!
Tacciono e un bianco pallore tinge le loro facce
e le menti sbigottiscono e restano intontite.
Sì, un atroce destino travolge i Romani: il misfatto
dell’uccisione fraterna,
da quando colò in terra il sangue innocente di Remo,
maledizione per i suoi discendenti.
Carmen saeculare 1 ss. (passim)
Febo e tu, signora delle selve, Diana,
ornamento fulgido del cielo, o venerandi
e sempre venerati, esaudite le preghiere che innalziamo
nella sacra data
in cui, secondo i versi sibillini, fanciulle elette
e puri giovinetti devono riunirsi a recitare
un’ode per gli dei ai quali piacquero
i sette colli. […]
E voi, profetesse veridiche, voi Parche,
secondo il vaticinio antico (un termine immutabile
d’eventi lo confermi), ai destini ormai conchiusi
aggiungetene altri buoni […]
Se Roma è vostra creatura, se guerrieri d’Ilio
raggiunsero la costa etrusca seguendo
vostre direttive e mutando, con rotta di salvezza,
patria e residenza, […]
docili i giovani ricevano da voi costumi onesti,
o dei; tranquilli i vecchi, o dei, ricevano
il riposo; e figli la romulea gente, e benessere,
e suprema dignità. […]
La Fede, ormai, la Pace con l’Onore e il Pudore
antico e, negletta, la Virtù fanno ritorno
a testa alta; appare la munifica Abbondanza,
ed il suo corno è pieno.
Se il dio-profeta adorno del suo arco scintillante […]
dirige il suo benigno sguardo al colle Palatino,
perpetuerà la potenza romana, la prosperità
del Lazio lustro dopo lustro, in un futuro
sempre più radioso.
Odi IV. 15, 5 ss.
E’ la tua era, Cesare, che ha reso
le messi ricche al campo e a Giove nostro
le insegne tolte alle superbe porte
dei Medi. E ha chiuso il Giano di Quirino,
deserto di contese; ha messo il morso
ad una tolleranza errante
dall’ordine e dal giusto. Ha rimosso
la colpa e richiamato arti antiche,
quelle per cui crebbe il nome latino,
la forza dell’Italia e la sua fama,
e la maestà dell’impero si estese
dal sorgere del sole al suo giaciglio.
Con Cesare alla guardia, il furore civile
non caccerà la pace degli spiriti,
né violenza, né l’odio che martella le spade
e apre la guerra tra città infelici. […]
E noi in giorni comuni e feste grandi
nella grazia di Dioniso sereno,
insieme ai nostri figli e alle nostre donne,
dopo le giuste suppliche agli dei,
canteremo – e accompagnerà il canto
il flauto lidio-, i condottieri morti
con il cuore dei padri, Troia, Anchise,
e la stirpe di Venere feconda.
Georgiche, I, 498-514
Dei della patria, indigeti, e Romolo, e Vesta madre,
che proteggi l’etrusco Tevere e il romano Palatino,
non impedite almeno che questo giovane soccorra
un evo sconvolto! Già da tempo pagammo abbastanza
con il nostro sangue lo spergiuro di Troia laomedontea;
da tempo t’invidia a noi, o Cesare, la reggia del cielo,
e si duole che tu abbia pensiero di umani trionfi,
dove il lecito si muta nell’illecito: e tante guerre
per il mondo, e tanti aspetti del male, nessun onore
è più riserbato all’aratro; rapiti i coloni, squallore nei campi,
e curve falci sono forgiate in rigide spade.
Di qui muove guerra l’Eufrate, di là la Germania;
Infranti i patti, città vicine guerreggiano
tra loro; imperversa per tutto il mondo l’empio Marte;
come quando dai recinti si slanciano le quadrighe,
e accelerano nei giri dello stadio, e invano tirando le briglie,
l’auriga è portato dai cavalli e i carri non sentono il freno.
Eneide, I, 254-296.
E a lei sorridendo, il creatore dei numi e degli uomini,
col volto con cui rasserena le tempeste e il cielo,
il bacio sfiorò della figlia, ed ecco le dice:
«O Citerea, lascia l’ansia: ti restano immoti
i destini dei tuoi, vedrai la città, le mura promesse
di Lavinio, sublime fino alle stelle del cielo
porterai il grande Enea: nessun pensiero mi muta.
Egli … guerra grande farà in Italia, popoli fieri
combatterà, leggi e mura darà alla sua gente,
fin che regnare sul Lazio la terza estate lo veda
e sian passati tre inverni dalla sconfitta dei Rutuli.
Ma il piccolo Ascanio, che adesso anche Iulo
è detto (e fu Ilo, fin che Ilio ebbe regno)
trenta grandi anni, nel ritmico volger dei mesi,
compirà di comando, e da Lavinio la sede del regno
trasferirà, Alba Longa munirà con gran forza.
Qui sarà il regno per trecento anni interi
sotto la gente ettorea, fin che regina vestale,
grave di Marte, Ilia partorirà doppia prole.
Allora, fiero del fulvo spoglio della lupa nutrice,
Romolo erediterà il popolo, egli fonderà marzie
mura e dal suo nome li chiamerà Romani:
A questi non di potenza, non pongo di tempi confini,
Impero do senza fine. … Così vuole il Fato. […]
E nascerà troiano, di sangue bellissimo, Cesare,
che per confine all’impero l’oceano darà, gli astri alla gloria,
Giulio, nome disceso dal magnanimo Iulo. […]
L’aspro secolo allora, smesse le guerre, dolcezza
imparerà, la Fede candida e Vesta, Quirino con Remo fratello
daranno le leggi; chiuse le atroci porte di guerra
saranno e strette ritorte: dentro, l’empio Furore
seduto sull’armi crudeli, avvinti il dorso da cento
nodi di bronzo, con bocca cruenta ruggirà spaventoso».
Eneide VI, 847-853
Forgeran con più arte spiranti bronzi altri popoli,
lo credo, e vivi dal marmo sapran trarre i volti,
diranno meglio le cause, le strade del cielo
misureranno a sestante, il sorger degli astri sapranno:
tu ricorda, o Romano, di governare le genti:
questa sarà l’arte tua, e dar costumanze di pace,
usar clemenza a chi cede, ma sgominare i superbi.
Eneide XII, 836-840
Riti e costumi sacrali
darò, farò tutti, con unico nome, Latini.
E la stirpe che mista di sangue uscirà, vincer gli uomini,
vincere numi nell’onor tuo la vedrai,
nessun altro popolo tanto celebrerà mai il tuo nume.Virgilio
De reditu suo I, 43 -66 segg. ( passim)
Bacio ripetutamente le porte che devo lasciare e i piedi ne varcano a malincuore le soglie. Chiedo perdono con lacrime e un elogio offro in propiziazione, per quante parole il pianto lascai fluire: «Ascolta, o regina bellissima e legittima del mondo, Roma, accolta nel firmamento tra gli astri! Ascolta o genitrice di uomini, genitrice di dei, per i cui templi ci sentiamo meno lontani dal cielo. Te cantiamo e sempre, finché permetteranno i fati, canteremo: nessuno può, vivo, dimenticarsi di te. […] Perché tu estendi i tuoi benefici quanto il sole i suoi raggi, fin dove fluttua la liquida cintura dell’Oceano; lo stesso Febo, che tutto abbraccia, s’aggira per te, e, da te sortiti, in te ripone i cavalli. Te non impacciò la Libia con le sue arene infuocate, non l’Orsa respinse con il suo gelo, ma quanto la natura vivente si estende verso i poli, tanta terra è aperta al tuo valore. Tu facesti una sola patria delle genti più diverse, fu un beneficio per gli incivili cadere sotto il tuo dominio. E offrendo ai vinti la partecipazione al tuo diritto, facesti città ciò che prima era mondo.
De reditu suo, I, 115-140
Drizza gli allori che ornano i tuoi capelli e torna a rivestire di giovanili chiome, o Roma, il tuo sacro capo invecchiato . … E’ tua consuetudine dalle avversità sperare buona fortuna: sull’esempio del cielo, i danni che subisci sono inizio di prosperità. Ciò che non può affondare risorge con slancio maggiore e quanto più a fondo è spinto più in alto balza … I fuochi degli astri con i loro tramonti preparano nuove aurore; tu vedi che la luna termina il suo ciclo per ricominciarlo. … E come la fiaccola acquista nuove forze se viene inclinata, più luminosa tu tendi verso l’alto, dopo che la sorte ti ha piegato verso terra. Diffondi le tue leggi destinate a vivere nei secoli che saranno di Roma. … I tempi che ti restano da vivere non sono sottoposti d alcun limite, finché sussisterà la terra, finché il cielo porterà gli astri. A te ridà forza ciò che porta alla rovina gli altri regni: la legge della resurrezione consiste nel poter crescere nonostante le sventure.
De reditu, I, 81-92
Tutte le stelle nelle loro orbite eterne non hanno mai visto impero più bello [di quello di Roma).
Ne avevano congiunto uno simile gli Assiri quando i Medi piegarono i loro confinanti?
I grandi re dei Parti e i tiranni Macedoni si conquistarono gli uni gli altri con sorti alterne.
Né tu, nascendo, avevi più animi e braccia ma più saggezza e più discernimento: per giuste guerre e per una pace non superba la tua nobile gloria ha attinto la più alta potenza.
Tu regni e, ciò che vale ancora di più, meriti il regno: tutte le grandi imprese superi con le tue. […]
De reditu suo, I, 115-140
Drizza gli allori che ornano i tuoi capelli e torna a rivestire di giovanili chiome, o Roma, il tuo sacro capo invecchiato. […] È tua consuetudine dalle avversità sperare buona fortuna. […] E come la fiaccola acquista nuove forze se viene inclinata, più luminosa tu tendi verso l’alto, dopo che la sorte ti ha piegato verso terra. Diffondi le tue leggi destinate a vivere nei secoli che saranno di Roma. […] I tempi che ti restano da vivere non sono sottoposti ad alcun limite, finché sussisterà la terra, finché il cielo porterà gli astri.
Storie XIV, 6, 3-5
Nel tempo in cui Roma, che vivrà finché ci saranno gli uomini, cominciò ad elevarsi allo splendore universale, perché s’ingrandisse con gloria sublime, la Virtù e la Fortuna, che spesso sono in contrasto tra loro, si unirono in un patto di pace eterna. Infatti, se una di esse fosse mancata, Roma non avrebbe conquistato la completa supremazia. Il suo popolo dalla culla, per così dire, sino agli ultimi anni della sua puerizia, periodo di tempo che abbraccia circa trecento anni, sostenne guerre attorno alle sue mura; poi, entrato nell’adolescenza, dopo i travagli di numerose guerre, passò le Alpi ed il mare. Raggiunta la giovinezza e l’età virile, riportò allori e trionfi tutte le regioni che il mondo abbraccia nella sua immensità; e volgendo ormai alla vecchiaia e vincendo talvolta con il solo nome, è passato ad una vita più tranquilla. In tal modo questa città degna di venerazione, dopo aver umiliato le superbe cervici di stirpi feroci ed aver promulgato le leggi, che rappresentano i limiti eterni della libertà, come una madre onesta, saggia e ricca, lasciò ai Cesari, come ai propri figli, il compito di amministrare il suo patrimonio. E sebbene da tempo le tribù siano tranquille e le centurie in pace e non vi siano più lotte elettorali, ma sia ritornata la quiete dell’epoca di Numa Pompilio, tuttavia per tutte le regioni e parti della terra essa è accolta come signora e regina e dappertutto è oggetto di venerazione la canizie autorevole dei senatori ed il nome romano è rispettato e onorato.
II. SOPPRAGGIUNGE LA CRISI
Ma le tracce della crisi di questa sicurezza si fanno evidenti in testi che, fra il terzo e il quinto secolo, ci mostrano situazioni di decadenza e di pericolo. Le cause sono molteplici e i differenti autori le indagano e segnalano: le invasioni barbariche che hanno distrutto luoghi ed edifici un tempo gloriosi e un paesaggio un tempo bellissimo, le avventure di usurpatori del potere imperiale, le rivolte dell’esercito, le guerre fra imperatori di oriente e occidente in cui i barbari stessi sono utilizzati contro i nemici del momento, le pestilenze spesso provocate dalle stesse guerre e, secondo alcuni pagani, gli dei che si vendicano per essere stati abbandonati, anche per colpa della diffusione del cristianesimo, come denuncia Commodiano..
Quali che siano le cause della crisi, diffuso è il senso di abbandono e di debolezza che fa dire agli autori dell’epoca che anche per le città e le nazioni, così come per gli individui, è inevitabile l’invecchiamento, il decadimento ed infine la morte.
Lo afferma lo stesso Rutilio che durante il suo viaggio lungo il litorale toscano non può «più riconoscere i monumenti dell’epoca trascorsa», ma «solo tracce fra crolli e rovine di muri».
Cipriano di Cartagine, vescovo e martire del III secolo, difende i cristiani dall’accusa loro rivolta di essere causa delle «disgrazie che scuotono e opprimono il mondo» «ormai invecchiato»; invecchiato come è naturale secondo la «legge di Dio: che tutto ciò che nasce perisca e tutto ciò che cresce invecchi».
Lo fa affermare alla stessa Roma Claudiano, l’ultimo grande poeta pagano in lingua latina di fine IV sec. che, ancora nutrito di ideali classici, immagina Roma con «la voce ridotta a un soffio, i passi lenti, gli occhi infossati» che constatando l’attuale degrado, ricorda la promessa di Giove celebrata da Virgilio, ma sentenzia che «l’antichità fu ingannata da falsi auspici».
La rovina di Roma, totalmente inaspettata ed imprevedibile, fa disperare che possa esistere qualsiasi cosa di eterno, come lamenta. Gerolamo.
De reditu suo I, 35-47
E già, sciolto l’abbraccio della città amata
siamo piegati, e a stento ci rassegniamo al ritardato viaggio.
Si sceglie il mare, perché le vie di terra,
fradice in piano per i fiumi, sui monti sono aspre di rocce:
dopo che i campi di Tuscia, dopo che la via Aurelia,
sofferte a ferro e fuoco le orde dei Goti,
non domano più le selve con locande, né i fiumi con ponti,
è meglio affidare le vele al mare, sebbene incerto.
Molti baci posiamo sulle porte della città lasciandola,
e controvoglia, ecco, i piedi superano la soglia sacra.
Ne chiediamo perdono con lacrime e offrendo in sacrificio lodi,
per quanto lascia fluire le parole i pianto
De reditu suo I, 399-414
Avverso si leva Borea, ma anche noi sui remi
a gara con lui ci leviamo, e copre con gli astri il giorno.
Prossima Populonia schiude il suo lido sicuro
portando il golfo naturale in mezzo ai campi.
E qui non alza fino ai cieli le moli edificate, e luce nella notte, Faro,
ma, trovando in sorte gli antichi l’osservatorio di una forte rupe
dove il ripido picco stringe i frutti domi,
vi posero una fortezza che fosse di doppio beneficio per le genti,
difesa a terra, segnale per il mare.
Non si possono più riconoscere i monumenti dell’epoca trascorsa,
immensi spalti ha consunto il tempo vorace.
Restano solo tracce fra crolli e rovine di muri,
giacciono tetti sepolti in vasti ruderi.
Non indignamoci che i corpi mortali si disgreghino:
ecco che possono morire le città .
Lettera a Demetriano, 3
Ma poiché dici che sono moltissimi quelli che si lamentano e imputano a noi cristiani il fatto che le guerre sono piú frequenti, le pestilenze e le carestie infuriano, il cielo a lungo sereno non ci manda piú la pioggia, non conviene che io continui a tacere, perché il nostro silenzio non venga interpretato, non già come segno di riserbo, ma come difficoltà a rispondere e, mentre sdegniamo di confutare false accuse, non sembri che, invece le riconosciamo per vere.
Pertanto io rispondo a te, o Demetriano, ed ugualmente che tu forse hai aizzati e, seminando odio contro di noi con le tue parole malediche, ti sei a te legati come germogli in gran numero rampollanti dalla tua radice: però io penso che costoro capiranno le buone ragioni del mio discorso, perché se l’inganno della menzogna li ha potuti spingere al male, tanto più efficacemente la verità li spingerà al bene.
Tutte queste disgrazie che scuotono e opprimono il mondo tu vai dicendo che accadono per colpa nostra e che per tanto devono essere a noi imputate: perché noi non adoriamo i vostri dèi. Ma, a tale riguardo, tu che sei all’oscuro degli insegnamenti divini e lontano dalla verità, dovresti considerare in primo luogo che ormai il mondo è invecchiato, che più non si regge con quelle forze con le quali prima si manteneva e ha perduto quel vigore e quella resistenza per cui un tempo era rigoglioso. Anche se io tacessi di ciò, anche se le sante Scritture e i divini ammonimenti non facessero alcun cenno di ciò, il mondo stesso lo dice, e con la prova del decadere delle cose attesta il suo tramonto. D’inverno la pioggia cade più raramente e non basta a nutrir le sementi; d’estate non c’è più il solito calore, necessario alla maturazione delle messi; la primavera non si allieta più della mitezza dell’aria né l’autunno è fecondo di feti arborei. Dalle montagne scavate ed esplorate non si estraggono, con l’abbondanza di una volta, le lastre di marmo; le miniere, quasi esauste, offrono minor ricchezza d’argento e d’oro e le vene immiserite vanno via via riducendosi; diminuiscono nelle campagne e mancano i contadini, nel mare i naviganti, i soldati negli accampamenti; scompare l’onestà nel Foro, la giustizia nei giudizi, la concordia nelle amicizie, la perizia nelle arti, la disciplina nei costumi. Credi tu che tanta e sì varia moltitudine di cose invecchiate possa continuare ad esistere al modo che prima esisteva godendo di vigorosa giovinezza? Di necessità declina ogni cosa, si approssima alla fine, si allontana e svanisce. Similmente il sole al tramonto manda fiochi i suoi raggi e quasi spenti; così la luna, compiuto il suo corso, mostra i corni sempre più pallidi, finché si oscurano; un albero già verdeggiante e ferace, per l’inaridirsi dei rami, diventa sterile, deforme per vecchiezza; e una fonte, che prima dalle sue vene largamente fluiva, esauritasi a poco a poco, stilla appena qualche goccia. Questa è la sentenza stabilita per il mondo, questa la legge di Dio: che tutto che nasce perisca e tutto che cresce invecchi; s’indeboliscano le creature forti, diminuiscano le grandi, e una volta indebolite e diminuite, dileguino.
De bello Gildonico (17-125 passim)
E già Roma nel timore della morte, e spossata per l’interdizione delle messi, tendeva alla soglia del Cielo che veloce si volge, non col solito volto, non quale detta le leggi ai Britanni o piega ai suoi fasci gli atterriti Indi: la voce ridotta a un soffio, i passi lenti, gli occhi infossati; le gote hanno perso la loro floridezza; le braccia macilente sono consumate dal digiuno. A stento sostiene sulle deboli spalle lo squallido scudo; dall’ elmo allentato mostra la canizie e trascina l’asta tutta arrugginita. Quando finalmente toccò il cielo, si gettò ai piedi del Tonante, e dolente inizia tali querele:
«Se le mie mura furono degne di sorgere con presagi eterni, o Giove, se i carmi della Sibilla immutati rimangono, se non ancora hai preso a sdegno le rocche Tarpee, io supplice a te vengo, non perché il console in trionfo calpesti le rive dell’Arasse o le nostre scuti opprimano Susa difesa dai suoi soldati armati di faretre, né perché fuggiamo le nostre aquile nelle arene del Mare Eritreo. Questo a noi, questo prima concedevi: ora io, Roma, chiedo soltanto pane. Abbi pietà, o ottimo padre, della tua gente, allontana da noi la fame estrema.
Placammo il tuo furore, se mai fosti irato; sopportammo sventure tali da muovere a compassione Geti e Svevi. La stessa Partia inorridirebbe ai miei mali. Perché dovrei ricordare il flagello della peste e i tumuli pieni di cadaveri e le morti innumerevoli, dovute alla corrotta stella? O il fume, che errava tra le case e sembrava minacciare la sommità dei colli? Sommersa dall’acqua, fui solcata da grandi navi e provai il tonfo dei remi e i secoli di Pirra.
Ahimè! Un’ombra vana a poco a poco sono divenuta! Un tempo ero potente per le armi del mio popolo e per le deliberazioni del senato; ho domato le terre, ho unito le città con le mie leggi: vincitrice corsi dall’Oriente all’Occidente. Dopo che il bellicoso Cesare usurpò per sé i diritti di tutti i cittadini, e i costumi decaddero ed io, non più avvezza alle antiche virtù, mi ritrassi nel grembo servile della pace, per tanti miei meriti gli imperatori mi concessero la Libia e lEgitto, perché nutrissi con le flotte estive il mio popolo, signore dell’impero, e il senato, arbitro della guerra, e venti spiranti da due diversi lidi a vicenda riempissero i miei granai. La mia salvezza era assicurata; se per caso Menfi l’avesse negato, con le messi getuliche compensavo il tributo annuale di Faro. Vedevo le navi frumentarie rivaleggiare per portare a me il raccolto e le vele cartaginesi gareggiare per vasto tratto con quelle egizie, quando un’altra Roma, pari a me, si elevò e l’Oriente, ormai da me diviso, assunse toghe uguali. I campi dell’Egitto passarono alla nuova Roma. Mi restava solamente la speranza della Libia, che a stento mi sosteneva. Spinta solo dal soffio del Noto, sempre incerta del futuro, sempre insufficiente, richiedeva la stabilità del vento e della stagione. Ora anche questa speranza Gildone mi ha sottratta verso la fine dell’autunno. Pavidi formulando voti, scrutiamo la distesa del mare se qual che nave arriva, se per caso la vergogna ha sottratto al potente tiranno qualche soccorso o il predone l’ha lasciato intatto.
Dal capriccioso volere del Mauro dipende il mio approvvigionamento, ed egli si vanta, non già di rendermi il tributo che mi è dovuto, ma di donarmi quello che è suo e gode in cuor suo di assegnarmi, come a schiava, l’alimento giornaliero; sui piatti della bilancia con barbarico orgoglio getta la mia vita e la mia fame, s’inorgoglisce delle lacrime del mio popolo e tiene sospesa sul mio capo la minaccia dell’estrema rovina. Vende le messi romane e tiene in suo possesso i campi, conquistati con le ferite dei miei eroi. […]
«Ora, ora, che devo fare? Gildone occupa l’Africa, l’altra Roma l’Egitto. Ma io che con le mie forze ho assoggettato le terre e il mare, sono abbandonata: ormai, nessuna ricompensa per la mia vecchiaia fuori servizio. O dèi, in ira ai quali crebbi, soccorretemi finalmente; pregate per me il sommo Padre; e tu, se di tua volontà varcando il mare lasciasti l’Ida per i colli palatini e lavi i tuoi leoni frigi nelle acque prescelte dell’Almone, piega ormai con materne preghiere, o Cibele, il figlio tuo. Ma se lo vietano le Parche e l’antichità fu ingannata da falsi auspici, almeno sia io distrutta in altro modo e per tal genere di pena mi sia mutato. Porsenna riconduca i Tarquini, l’Allia rinnovi le pugne mortali; consegnatemi piuttosto nelle mani del feroce Pirro, abbandonatemi alla furia dei Senoni e alle fiamme di Brenno. Qualsiasi pena mi sarà più lieve della fame ».
Carmen apologeticum 865-926
Neppure davanti a questo fatto provano terrore, ma dentro di sé maggiormente si fanno crudeli contro il popolo di Cristo, esecrandolo con un odio senza limiti. L’ Altissimo infatti indurì i cuori nefandi, come prima aveva indurito le orecchie del Faraone. Questo re, dunque, duro e iniquo, Nerone cacciato fuori dall’inferno, ordina che il popolo cristiano sia espulso dall’urbe stessa, poi unisce a sé nel potere due Cesari, insieme ai quali perseguitare con orrendo furore questo popolo. Mandano anche editti in ogni dove a tutti i governatori, perché sradichino del tutto da questa generazione di uomini il nome di Cristo. Ordinano anche che si offra incenso davanti ai simulacri degli dei, e, perché possa fuggire, ordinano pure che tutti procedano con la corona in capo. In tale situazione se il fedele rifiuta di andare, va felicemente incontro alla morte: in caso contrario, si riduce ad essere uno dei pagani. Non vi sarà allora alcun giorno di pace né sacrificio per Cristo, ma dovunque gronda sangue e io non sono capace di farne la descrizione: le lacrime infatti mi sopraffanno, la mano viene meno, il cuore trema, ancorché si confaccia ai martiri di sopportare tanti mali. Se ne fa anche ricerca attenta e a lungo per mare e per terra, nelle grandi case e nei nascondigli, e conducono queste creature odiate come vittime. Questo farà allora Nerone; nello spazio intero di un triennio e di un altro mezz’ anno completa il tempo stabilito. Per questa sua scellerataggine verrà una mortal punizione: la città e la sua popolazione verrà consegnata insieme a lui, verrà spazzato via l’impero che è stato iniquamente esercitato, che con gli ingiusti tributi a lungo aveva stremato tutti. Nasce poi per la rovina di questo Nerone un re nell’oriente con quatto popoli da quelle regioni e unisce a sé contro l’Urbe un grande numero di genti, che gli rechino aiuto, benché di per se stesso sia fortissimo, e riempirà il mare di navi con molte migliaia di guerrieri e se alcuno gli si opporrà sarà passato a fil di spada: e prima sottomette e conquista Tiro e Sidone; ché di lì annientano con il terrore le genti finitime. Di qui pesti, guerre e fame, di qui anche insieme si intrecciano notizie crudeli, perché nasca gran confusione nelle menti. Intanto dal cielo improvvisamente la tromba fa risuonare la sua voce, e il suono in ogni luogo turba i cuori. Si vedranno allora correre tra gli astri una quadriga di fuoco e una fiaccola, ad annunziare alle genti il fuoco. Infine si dissecca interamente il fiume Eufrate, per preparare la via al re e a quelle genti. Persiani, Medi insieme e Caldei, Babilonii verranno crudeli ed agili, che non sanno cosa sia il dolore. Quando di lì comincerà a venire questo re dall’oriente, subito alla sua vista sono sconvolti dal terrore e Nerone e il senato.
E i tre Cesari muoveranno contro di lui per opporglisi: ma egli li immola offrendoli in pasto agli uccelli. Il loro esercito di necessità adora il vincitore e con questo ritornando nella città con mente mutata spogliano i templi e tutto quanto è dentro la città e saccheggiano e immolano gli uomini tra fiumi di sangue; da ultimo, distruttala, con l’incendio la riducono a tale che non appare di essa neppure più traccia. Davanti alla sua rovina si consumano i cuori dei potenti e, senza più luce d’intelligenza, non si ritrovano in qual tempo siano.
Si, questa godeva – ma tutta la terra gemeva; si è fatta fatica a trovare per lei la giusta retribuzione. In eterno piange colei che si vantava eterna, e i suoi tiranni ormai sono giudicati dal Sommo Dio., Ora che Roma fuma giunto il momento della fine e mercede di beni verrà spartita e assegnata a chi se l’è meritata .
Gerolamo, Epistola 123
Taccio il resto perché non si abbia a credere che disperi della clemenza di Dio. Quanto va dal Ponto alle Alpi Giulie, ora sotto il dominio dell’Impero, un tempo non era nostro; ma, rotto il confine del Danubio, si è combattuto per trent’anni nel cuore dell’Impero romano. La lunga prova ha inaridito le nostre lacrime. Tolti pochi vecchi, tutti gli altri sono nati nella servitù e nella costrizione, senza nemmeno poter desiderare una libertà che non hanno conosciuto. Chi potrebbe crederlo? Quali storie potranno tramandare attendibile il fatto di una Roma costretta a combattere nel suo interno non per la gloria, ma per la salvezza? Anzi nemmeno combattere, se deve comprare con l’oro e con la roba il diritto di sopravvivere. E questo è accaduto non per colpa degli imperatori che sono religiosissimi ma per la scellerataggine di un mezzo barbaro traditore il quale con le nostre risorse ha armato il nemico contro di noi. Già si macchiava d’onta eterna l’impero romano quando, dopo aver devastato ogni cosa e aver messo in fuga l’esercito romano presso l’Allia, Brenno entrava nell’Urbe. E quella vergogna non si sarebbe cancellata fin quando Roma non avesse sottomesso tutta la Gallia donde quei nemici erano venuti, e la Galazia, dove i Galli, vincitori dell’Oriente e dell’Occidente, s’erano insediati. Annibale, turbine venuto di Spagna, dopo aver rovinata l’Italia, giungeva in vista di Roma, ma non osava cingerla di assedio. E la riverenza del suo nome fu tale in Pirro che, dopo aver devastato ogni cosa all’intorno, si allontanò dalle sue mura e, sebbene vittorioso, non osò guardare quella che aveva conosciuto essere una città di re. E tuttavia per questa ingiuria (non riesco a chiamarla superbia), espiandola, uno fu costretto ad andare ramingo per il mondo finché non trovò morte in Bitinia, avvelenandosi; l’altro, tornato in patria, morì nel proprio regno; e le loro regioni sono ambedue tributarie del popolo romano. Ora nella più favorevole delle ipotesi, noi non riprenderemmo ai nemici, vincendoli, se non quanto ci hanno rapinato. Il poeta esaltandosi nel descrivere la potenza di Roma, cantò: «Se Roma è poco, che cosa vi sarà di bastante?>». Sentenza che noi siamo costretti a sostituire con questa: «Se Roma perisce, che altro mai si salverà»?
III. DI FRONTE ALLA CRISI
Di fronte alla decadenza incombente Claudiano chiede a Giove che Roma possa tornare giovane e vigorosa, Ma mentre alcuni intellettuali sperano in un miracolo, senza impegnarsi in opere costruttive, leggiamo di diversi tentativi di uscire da quello stato di crisi, che potremmo paragonare ad un deserto, ricostruendo materialmente e psicologicamente un luogo, una patria, una società.
Ammiano Marcellino attesta l’impegno di sovrani e di amministratori nella ricostruzione mediante la rivitalizzazione delle istituzione e attraverso la nomina di perdonalità più adeguate. Quando la propria città deve essere rianimata dopo una vicenda bellica fra fazioni nemiche, ai capi politici si indica come importante, fra la ricostruzione degli edifici pubblici, delle case private e delle caserme, anche e soprattutto la riapertura delle scuole, come ricorda la testimonianza di Eumenio.
L’impegno di ricostruzione vede impegnati in prima linea gli imperatori e la loro amministrazione, ma anche i cristiani intervengono nell’opera di ricostruzione: nel V secolo, in concomitanza dell’invasione del re ostrogoto Teodorico, il vescovo di Pavia Epifanio – così come ci racconta il suo biografo Ennonio – si diede alla ricostruzione delle chiese danneggiate o distrutte dalle incursioni barbariche, ma soprattutto ebbe a cuore l’edificazione spirituale e morale di quanti erano stati colpiti e confusi nelle loro certezze.
D’altra parte, la ricostruzione materiale non è riconosciuta sufficiente se il cuore dell’uomo e il suo modo di vivere non cambiano. Toccante ed attuale la riflessione di Paolino, un poeta probabilmente della prima decade del V sec., che in 110 esametri latini che si rifanno alla I ecloga di Virgilio, descrive il comportamento e le reazioni di tre personaggi al disordine e alla rovina procurata dalle guerre; si interroga sulle speranze e sulle possibilità di affrontare le problematiche e ricostruire una nuova società. Il poeta conclude in modo cinico che spesso, pur tormentati dal crollo dei valori tradizionali, gli uomini non hanno le risorse morali per superare il proprio gretto interesse personale.
De bello Gildonico vv. 201-212
Nel suo dolore l’Africa ancora avrebbe continuato le sue parole, se Giove dall’alto trono non avesse incominciato (Atropo incideva col diamante le sue parole e Lachesi adattava gli stami del futuro ai suoi detti):«Né tu, Roma, né tu a lungo invendicata andrai, o Africa; Onorio abbatterà il vostro comune nemico. Andate sicure. Nessuna forza può separare i vostri destini, e alla sola Roma l’Africa andrà soggetta». Disse e d’un soffio forza e giovinezza spirò a Roma. Subito le ritorna quell’antico vigore e le chiome persero il colore della vecchiezza. Il cimiero raddrizzandosi rende piú maestoso l’elmo ben legato al capo, l’orlo dello scudo risplendente e la lancia leggera, scomparsa la ruggine, brillò.
vv- 325-342
Mentre in lungo conversare tra loro tali parole intrecciano, l’avo[1] giunge in Italia, penetra nel casto talamo, dove Onorio, sulla porpora tiria, dolci sonni carpiva, accanto alla sua giovane sposa Maria. Si fermò sul suo capo e nel sonno cosí parla: «Tanta pazzia infuria, mio caro nipote, nel cuore dei Mauri, malgrado la loro disfatta? Nuovamente il folle discendente di Giuba riprende le armi dopo la mia morte e ricomincia la guerra contro il nipote del suo vincitore? Dimentichi della rovina di Firmo, tengono nuovamente in loro potere la Libia, riconquistata col nostro sangue? Gildone osò contendere col Lazio, senza temere la sorte del fratello? Subito vorrei andare, subito vorrei mostrargli, sebbene vecchio, il mio volto, che ben conosce: non fuggirà il Mauro, non appena vedrà la mia ombra? Che dubiti? Sorgi dal letto, assali il ribelle, rendimi il mio prigioniero. Tronca ogni indugio. Tale è il fato della tua stirpe: finché sulla terra vivrà a nostra gente, sempre i successori di Bocco impallidiranno».
[1] Teodosio il Vecchio, padre di Teodosio il grande e nonno di Arcadio e di Onorio.
Storie XV, 8, 1-8
Dunque ciò accadeva a Roma (come ho mostrato nei passi precedenti). Ma Costanzo era tenuto in continuo allarme dalle notizie che riferivano che le Gallie erano ormai perdute poiché nessuno opponeva resistenza ai barbari che devastavano tutto sino all’estrema rovina; a lungo incerto su i mezzi con cui respingere quei mali, pur continuando a risiedere egli stesso, come desiderava, in Italia, –riteneva infatti pericoloso relegarsi in una regione molto lontana alla fine – trovò una giusta decisione: pensava di associare alla dignità imperiale Giuliano, suo cugino dalla parte paterna, il quale, da breve tempo richiamato dalla regione dell’Acaia, indossava ancora il pallio. Quando, sotto la spinta di un gran numero di sventure incombenti, manifestò questo suo progetto agli intimi, chiaramente ammettendo che da solo non era in grado di contrastare a cosí numerose e frequenti difficoltà (cosa che mai prima aveva ammesso), quelli, esperti nell’arte dell’adulare smaccatamente, cercavano d’illuderlo dicendo che non vi era nulla di cosí difficoltoso che la sua potentissima virtù e la sua fortuna, cosí vicina alle stelle, non potesse superare come di consueto. […]
« Noi siamo qui davanti a voi, o ottimi difensori dello Stato, per difendere quasi con un sol animo una causa comune che intendo esporre per sommi capi a voi, come a giudici equi. Dopo la morte dei tiranni a noi ribellatisi, che la rabbia e il furore portarono a tentare ciò che tentarono, i barbari, quasi per offrire agli empi mani di costoro un sacrificio di sangue romano, invadono la Gallia, turbando la pace dei confini, imbaldanziti da questa fiducia, che cioè noi siamo tenuti lontani, in regioni agli estremi limiti, da gravi necessità. Dunque se a questo male che ormai si insinua oltre i confini si opporrà, mentre lo concede il tempo, il baluardo di una nostra e vostra comune decisione, i colli di quelle superbe popolazioni si piegheranno e rimarranno intatti i confini dell’impero. Non rimane null’altro se non che voi collaboriate a rinvigorire con felice successo la speranza che io nutro nell’avvenire. Questo Giuliano, mio cugino paterno (come sapete), giustamente ammirato per la sua modestia, per cui’ a noi è caro come per la parentela, giovane di ormai brillante attività, io desidero elevare alla dignità di Cesare.
Pro instaurandis scholis 1-8
Innanzitutto dunque, Perfettissimo, bisogna assecondare, anche con il restaurare questo edificio, la divina saggezza e la particolare benevolenza nei nostri confronti dei nostri Imperatori e Cesari, che questa città, gloriosa un tempo del nome di sorella del popolo Romano e in seguito colpita da gravissima sventura, allorché minacciata dalle rapine dei ribelli Batavi invocò l’aiuto del Principe romano vollero rianimare e risollevare per mostrare non solo la considerazione in cui tenevano i suoi meriti, ma anche la pietà che sentivano per le sue sventure; e la vastità stessa delle sue rovine giudicarono essi degna di opere che testimoniassero in eterno la loro liberalità, essendo tanto piú splendente la gloria dei ricostruttori quanto piú grande è la entità della ricostruzione stessa. Perciò essi mettono a disposizione grandissime somme di danaro ed anche, qualora la situazione lo richieda, l’intera disponibilità dell’erario, per ricostruire non solo i templi e gli edifici pubblici, ma anche le case private, e non solo somme di denaro, ma anche artigiani d’oltremare e nuovi abitanti scelti fra le classi sociali piú elevate delle province e i quartieri invernali delle legioni più devote; le cui forze invitte non richiedono neppure nel corso di queste guerre in cui ora sono impegnati al massimo, affinché esse, riconoscenti della nostra ospitalità, operino a nostro vantaggio e facciano scorrere nella città esausta, come in aride viscere, le acque che si erano fermate e nuovi corsi d’acqua .
Dalla qual cosa appare chiaro che coloro, i quali con tali e tante risorse di tutto l’impero stabilirono di rianimare e risollevare questa colonia, vogliono anche e soprattutto restaurare quella grande sede delle belle lettere, cui hanno assicurato una particolare affluenza di nobilissima gioventù con il rendere grandi onori agli studi. Infatti, quale mai dei principi antichi si preoccupò tanto della fioritura della scienza e degli studi di eloquenza quanto questi ottimi e dolcissimi padroni del genere umano? I quali io, per quanto concerne il mio augurio e la mia venerazione, non esito a chiamare padri dei nostri figli, dal momento che essi, degnandosi di volgere lo sguardo su questo nobilissimo germoglio delle loro Gallie reso orfano dalla scomparsa di un grandissimo maestro, gli assegnarono il precettore e la guida a loro giudizio migliore e, fra le tante disposizioni imperiali riguardanti provvedimenti ben più importanti per il governo vertice dello stato, pensarono anche al reclutamento dei letterati e, non altrimenti che se si fosse dovuto decidere nei riguardi di uno squadrone di cavalleria o di una coorte pretoria, ritennero che toccasse a loro stabilire a chi assegnare il comando, per evitare che costoro, che bisognava condurre alla speranza di giungere ai vari tribunali o anche a impieghi presso l’ufficio delle sacrae cognitiones o persino agli stessi incarichi direttivi di palazzo, seguissero sul cammino dell’eloquenza, sorpresi nel mezzo della fluttuante adolescenza come da una caligine improvvisa, delle orme insicure.
A proposito della qual cosa, Perfettissimo, nulla attribuisco a mia lode, ma non potrò mai esprimere tutta la mia ammirazione per l’incredibile sollecitudine e benevolenza nei confronti della gioventú delle sue Gallie da parte del nostro signore Costanzo, cui veramente s’addice il titolo di «principe della gioventú», il quale aggiunse, alla considerazione in cui tiene le lettere, anche questo titolo d’onore, ordinando a me, che aspiravo piuttosto ad aprire a mio figlio la strada verso la mia antica occupazione, di rioccuparmi dell’insegnamento dell’oratoria e dando disposizioni preso il palazzo stesso di suo padre affinché questa mia voce, invero debole per inclinazione e per doti naturali, ma che pure ha manifestato le celesti parole dei divini pensieri dei principi, venisse trasferita dal segreto delle sacre stanze ai privati penetrali delle Muse e ciò non per togliere, imponendomi questa professione, qualcosa a me, a cui (e ciò non susciti invidia) egli ha guardato con tanta considerazione quanta deve bastare ad un saggio in cambio degli onori più alti, ma per dar lustro alla professione stessa per mezzo della carica che io ho ricoperto. Chi dunque potrebbe dubitare che quella divina intelligenza di Cesare, la quale con tanto zelo ha scelto un precettore per questo consesso di giovani, non voglia anche restaurare ed abbellire il luogo dedicato alle loro esercitazioni, dal momento che tutti gli assertori e fautori di una qualsiasi cosa ritengono di non soddisfare del tutto ai propri voti e alla propria coscienza se non erigono templi per quelle glorie cui essi aspirano?
È per questo che la bontà d’animo degli Ateniesi ha innalzato l’ara della Misericordia e la magnanimità di un comandante romano il tempio del Valore e dell’Onore. Infatti i grandi uomini vollero che giungessero ai posteri anche dei monumenti sacri a quelle arti o a quei sentimenti il cui amore era in loro innato. Quel famoso Fulvio Nobiliore rialzò, nel circo Flaminio, valendosi dei fondi assegnati ai censori, un tempio dedicato a Ercole e alle Muse, agendo cosí non soltanto perché vi era indotto dal suo animo di letterato e dall’amicizia di un poeta sommo , ma anche perché, quando era comandante supremo in Grecia, aveva appreso che Ercole è Musagete, cioè compagno e guida delle Muse; ed egli stesso per primo, dopo aver rimosso dalla città di Ambracia le nove statue, cioè tutte, delle Muse, le pose sotto la tutela del dio di tutti il più forte, il che è cosa giusta, perché le Muse ed Ercole dovevano aiutarsi ed esaltarsi fra di loro con lo scambiarsi risorse ed onori: l’amore per la pace delle Muse con la protezione di Ercole e il valore di Ercole con la voce delle Muse.
Cesare Erculio dunque, per una siffatta ispirazione che gli viene, io penso, dall’avo Ercole e da suo padre Erculio appoggia con tanto favore lo studio delle lettere, da ritenere che la saggezza della sua divina mente debba occuparsi dell’arte del ben parlare non meno di quella del ben agire e da avvertire, grazie alla divina intelligenza del suo spirito eterno, che le lettere sono il fondamento di tutte le virtù, in quanto maestre di moderazione, di spirito di disciplina, di diligenza, di pazienza.
Tutte doti queste che, una volta venute in consuetudine nei verdi anni, prendono di mano in mano vigore per far fronte a tutti gli impegni della vita ed agli stessi incarichi della vita militare e del campo, che pure sembrano occupazioni di tutt’altro genere, perciò, essendosi Cesare Erculio degnato di assegnare un precettore a queste nutrici o, per meglio dire, madri di ogni operosità e di ogni gloria, egli non può non voler anche restaurare la loro sede, affinché essa, ricondotta all’antica solidità e decoro, possa Venire qui chiamata, molto piú giustamente e secondo verità, tempio di Ercole e delle Muse.
Vita di Epifanio 95-107
Mentre dunque si esercitava con tali discipline e fatiche, ecco che il diavolo, ignaro di pace, autore di scelleratezze, allestisce piani che possono procurare grandi dolori, e cerca sofferenze con cui assalire quell’uomo integerrimo. Fa ribellare l’esercito contro il patrizio Oreste e, con occulti inganni, semina nuove occasioni di discordia. Agita l’animo dei malvagi con la speranza di una rivoluzione e perché questa rovina capitasse nella città di Pavia vi spinge Oreste, che confidava nelle sue fortificazioni. La città di Pavia è teatro di scontri violenti, arde la furia di far bottino; ovunque lutto, ovunque terrore, e molteplici sono gli aspetti della morte. Il vescovo Epifanio, quell’operaio di Cristo e del nostro Dio, è presente con tutti i suoi: Egli correva sollecito per ogni dove; si chiedevano misure contro chi, fiducioso in antiche amicizie, aveva reso note le sue ricchezze. Alcuni davano alle fiamme edifici crollanti, altri chiedevano la morte di quel signore, per la cui salvezza avrebbero dovuto combattere.
Corrono al vescovado, ansiosi di abbandonarsi al saccheggio poiché sospettavano che nascondesse immense ricchezze colui che vedevano elargirne molte. Cosa nefanda! […]. O dolore! Entrambe le chiese sono bruciate dalle fiamme nemiche, tutta la città manda bagliori come un solo rogo. Si odono le grida di tutti i cittadini che cercano il vescovo, nessuno si ricorda del suo personale pericolo finché la parte più importante della sua salvezza si trova da lui divisa. E pur se la folla fremeva, pronta ad uccidere chiunque capitasse, a lui si rendeva onore anche in mezzo alle spade. Infatti non vi furono prigionieri che sopportasse di vedere in tale condizione: liberò la sua venerabile sorella prima che la luce funesta di quel giorno scivolasse nel tramonto, e liberò con la sua preghiera molti cittadini, prima che sentissero i vincoli della durissima condizione, soprattutto le madri di famiglia, per le quali la permanenza in prigionia avrebbe potuto essere particolarmente crudele. Insomma la città, che la moltitudine barbarica abbatteva, risorge. Va grazie all’appoggio di quest’unica fortissima colonia, né l’esercito bastava a distruggere quanto la persona del solo vescovo era sufficiente a riparare.[…] Non temette di dar mano alla costosa costruzione senza aver denaro da parte, ben conscio dell’ammonimento apostolico secondo cui per coloro che aspirano ai regni celesti le ricchezze abbondano sempre, e sempre attinge da una cassa piena chỉ non è povero di volontà da elargire. […] Frattanto, onde non sembrasse aver dato alla città solo chiese, con validi aiuti provvide anche ai suoi spossati abitanti: inviata un’ambasceria ad Odoacre, infatti, ottenne il condono dei tributi fiscali per cinque anni, e nel dividere tali benefici trai singoli, si comportò con tanto disinteresse che nessuno ricevette meno di colui per il cui intervento erano stati elargiti. Ma, mentre si provvedeva a queste cose, per la rovina dei possidenti della Liguria si accese la nascosta malvagità di Pelagio, che allora era prefetto del pretorio. Costui, infatti, con esorbitanti acquisizioni forzose raddoppiava i tributi già pesantissimi, e rendeva doppio un gravame che neanche da solo poteva essere tollerato. La folla degli oppressi corse subito presso il sant’uomo: ed egli abbracciata con letizia questa occasione di recar soccorso, in difesa di tutti andò alacremente, chiese, ottenne.
Epigrammata, 10-41
Infatti ora, per la prima volta turbato il patto della pace finora intatta, il barbaro incombe sulle campagne, sulle ricchezze degli uomini e sui coloni della terra: ora non servono le ville costruite di solido marmo destinate a durare generazioni e generazioni e tutte le rupi abbattute per ricavarne teatri, centri di vanità.
Ma è la peste dell’animo e la guerra che si combatte dentro il nostro cuore che da tempo ci tormentano con fitta nube di dardi: il nemico tanto più è tremendo quanto più è nascosto.
Eppure, ahimè, se i Sarmati qualcosa hanno messo a sacco, se i Vandali qualcosa hanno incendiato e fulminei gli Alani hanno razziato, noi ci sforziamo, sia pur con malcerte speranze e con faticosi conati, di ricostruire più o meno come prima. Invece quello che abbiamo perduto con nostro grave rischio noi trascuriamo e, ignari, lasciamo deperire con lungo letargo del cuore e abbiamo piegato e offerto il collo alle catene e, preda del peccato, ci facciamo ammanettare. Ma ci sono le viti da mondare, i rovi da strappare via, da rifare l’uscio di casa asportato o la finestra rotta, prima di coltivare i vasti campi dell’anima, i palazzi del cuore e la perduta dignità della mente circuita.
A niente sono servite le spade, la carestia orribile, neppure le malattie: siamo sempre quelli di un tempo, schiavi degli stessi vizi, e le nostre colpe non hanno mai fine. Colui che prima prolungava le sue colazioni fino a notte anche ora prolunga le sue bevute passando dalla luce del sole a quella delle lampade, con indifferenza. Adultero era Pedio; continua la stessa vita, finché dura nelle tenebre della medesima lebbra; pieno di livore era Pollio: niente è cambiato; Albio, che una volta aspirava a tutte le cariche, si affanna forse meno per la sua ambizione, ora che il mondo va in rovina?
Nulla è sacrosanto per noi se non il guadagno; ed è conforme a virtù ciò che sarà utile, e ai vizi applichiamo i nomi delle virtù e l’avaro si fa chiamare parsimonioso.
IV. VERSO UN’UMANITÀ NUOVA
Se Paolino sembra non individuare nell’individuo una forza interiore capace di cambiare il modus vivendi evidenziato dal disordine etico, ma rimane sempre schiavo degli stessi vizi, alcuni testi che presentiamo, partendo da diverse posizioni, filosofiche o religiose, intervengono con chiare affermazioni proprio sul modo di vivere della società in cui gli autori si trovano, a distanza di diversi secoli l’uno dall’altro.
Tra i tanti i aspetti della società abbiamo preso in considerazione la relazione tra liberi e schiavi, tra ricchi e poveri.
Il sistema dello schiavismo era diffuso nel mondo antico: a Roma era dovuto anche alle guerre di conquista che aggiungevano agli schiavi nati in casa o venduti per debiti prigionieri privati improvvisamente della libertà. C’erano state nei secoli repubblicani rivolte come quella di Spartaco, represse sanguinosamente, ma il sistema aveva continuato a sussistere, così come in molte altre epoche non lontane da noi. E come in altre epoche, la questione di fondo era la differenza ontologica fra schiavo e libero, e il diritto quindi di trattare lo schiavo come un “oggetto animato”, secondo l’antica definizione di Aristotele.
Rappresenta questa distinzione e contrapposizione la commedia composta da un Anonimo agli inizi del V sec. intitolata Querulus sive Aulularia.
Questa differenza che pur perdura fino al V era già stata messa in crisi dal pensiero degli stoici , non per discutere la liceità giuridica dello schiavismo, a cui nessuno si opponeva, ma per affermare l’identità umana dello schiavo e di conseguenza la necessità di trattarlo non come una cosa, ma come una persona, sottomessa dalla sorte alla situazione di dipendenza.
Nel I sec. d.C. il filosofo stoico Seneca dà voce in modo efficace a questa riflessione immaginando in una delle Lettere a Lucilio un dialogo in cui ad un interlocutore che vuole identificare nello schiavo la mera proprietà del padrone, un altro ribadisce in modo sdegnato che anche lo schiavo è un uomo, come loro. Nello stesso secolo, si esprime in modo similare Paolo nella Lettera a Filemone alla luce del nuovo messaggio evangelico. Nessuna differenza tra gli uomini nè di classe sociale, nè di nazionalità come dichiara lo stoico Epitteto, lui stesso schiavo.
Analogamente il vescovo di Milano Ambrogio alla fine del IV sec. recupera alla luce del messaggio cristiano l’uguaglianza tra gli uomini che già Seneca aveva affermato ed esorta i ricchi milanesi che sperperavano ricchezze immense, mentre i poveri versavano in difficili condizioni a condividere i propri beni per così dire restituendoli a coloro che la natura aveva voluto uguali.
Querulus
Pantomalo (uscendo dalla casa del padrone Querulo, rivolto agli spettatori)
Che tutti i padroni siano cattivi, è un fatto fin troppo evidente. Ma io ho provato abbastanza che niente è peggio del mio. Non è certo quello un uomo pericoloso, ma troppo fastidioso e brontolone. Se in casa è stato commesso un furto, impreca come se fosse un delitto. Se si accorge di essere ingannato in qualcosa, subito si mette a gridare e ad insultare, e in che modo! Se qualcuno getta nel fuoco una sedia, un tavolo, un letto come facciamo di solito per la fretta – anche di questo si lagna. Se il tetto lascia passare la pioggia, se si rompe la porta di casa, s’impiccia di tutto, indaga su tutto: per Ercole, è un uomo davvero insopportabile. Quanto poi ai conti delle spese, tutti li registra di suo pugno. Qualunque somma non risulta spesa, reclama che gli sia restituita. In viaggio poi quanto è insopportabile e intrattabile! Ogni volta che c’è da fare una levataccia, noi prima ci abbandoniamo al vino, poi al sonno: di qui nasce il primo litigio. Dopo, fra il sonno e la sbornia, è inevitabile che succedano mille guai: gente affamata, ricerca dei giumenti, gli stallieri che se la battono, mule spaiate, finimenti alla rovescia, il mulattiere che non si regge nemmeno in piedi: per Querulo questi sono contrattempi inauditi in un viaggio. Gli altri invece, quando le cose sono andate cosí, fanno una sosta, e con un po’ di pazienza si rimedia a tutto.
Invece Querulo va cercando causa da causa, lega una cosa con l’altra. Non vuole che si faccia muovere una carrozza che non serva o un animale debole, e subito grida: «Perché non me l’hai fatto notare prima?», come se non potesse vederlo prima per conto suo. O che maniera iniqua di fare il padrone! Se mai s’accorge da solo che qualcuno commette una colpa, fa finta di non vedere e sta zitto e poi attacca lite quando non è piú possibile nessuna scusa, che poi non ci si possa attaccare a quelle frasi solite: «E proprio quello che volevo fare, quello che volevo dire». E tutte le volte che andiamo via di casa in un posto o in un altro, bisogna ritornare per il giorno fissato. E perché possiate conoscere fino in fondo l’abilità di questo pessimo’ uomo, ci concede sempre un giorno pia del giusto, in modo che ritorniamo per il giorno prescritto da lui. Non fa dunque costui tutto il possibile per mandarci in bestia? Noi poi sempre particolarmente ci riserviamo per noi il giorno destinato al ritorno, quali che siano le incombenze ad esso destinate in altra circostanza. Pertanto il padrone che non vuole essere ingannato e preso in giro, se vuole che uno sia presente il giorno delle calende, gli ordina di tornare la vigilia. E che dire poi del fatto che non può vedere gli ubriaconi e che li riconosce immediatamente?
Al primo colpo d’occhio individua sul volto e sulle labbra quale e quanto vino uno ha tracannato. Chi potrebbe servire e obbedire volentieri a costui? Acqua calda che sappia di fumo non ne vuole e neanche coppe con tracce di grasso. Ma che raffinatezze sono queste? Non guarda mai con occhio sereno un orciolo ammaccato o sbreccato, un vaso da vino che ha perduto i manici e sporco, un’ampolla spezzata e fangosa e tenuta su da molti pezzetti di cera: fa fatica a trattenere la bile. Non riesco a capire che cosa ci sia che possa piacere in uno che ha un cosí brutto carattere. Se poi il vino è adulterato e annacquato, se n’accorge subito. Noi mescoliamo anche abitualmente vino con vino. Forse che si può parlare di vino adulterato, quando il fiasco, liberato dal vino vecchio, viene di nuovo riempito con vino nuovo? Anche questo Querulo lo giudica un crimine insopportabile e, da quel cattivo che è, subito sospetta questo trucco. […]
E quel tal Arbitro da cui ora sto andando, che uomo scellerato è! Ai servi lesina gli alimenti, ma di lavoro gliene impone piú del giusto. Per Ercole! Se potesse, si servirebbe di un moggio truccato, pur di cavarne un guadagno vergognoso. Pertanto, se qualche volta costoro si vedono o per caso o di proposito, allora s’istruiscono a vicenda. Eppure, per Ercole! Se potesse, si servirebbe di un moggio truccato, pur di cavarne un guadagno vergognoso. pertanto, se qualche volta costoro si vedono o per caso o di proposito, allora s’istruiscono a vicenda. Eppure, per Ercole – se devo dirla tutta – preferisco il mio. Finora il nostro, comunque sia, non è tuttavia avaro verso i suoi. C’è solo una cosa, che bastona troppo spesso e grida sempre. Pertanto, Dio sia adirato con tutt’e due!
E noi non siamo tuttavia tanto infelici e tanto stupidi quanto credono alcuni. Cè chi pensa che noi siamo sonnolenti, perché sonnecchiamo di giorno; ma noi lo facciamo a causa delle veglie, poiché vegliamo la notte.
Il servo che riposa nelle ore diurne, veglia nelle ore notturne. Credo che mai nulla al mondo la natura abbia creato di meglio che la notte. Essa è il giorno per noi, allora si fanno da noi ogni sorta di cose: di notte andiamo ai bagni, per quanto il giorno ci tenti. E ci bagniamo con le cameriere e con le ancelle: non è questa una vita libera? Di luce si dà quel tanto a solo che basti, ma che non troppo ci scopra in pubblico. Io la tengo nuda quella che al padrone è appena lecito vedere vestita. Io ne perlustro i fianchi, io ne misuro l’effuso volume dei capelli disciolti, le sto vicino, l’abbraccio, l’accarezzo e sono accarezzato.
A chi mai dei padroni è lecito ciò? E la vera causa della nostra felicità è questa, che fra noi non siamo gelosi. Tutti facciamo le nostre scappatelle, tuttavia nessuno è tradito, poiché tutto questo è reciproco. I padroni li rispettiamo, e li teniamo lontani, perché c’è unione soltanto fra i servi e le ancelle. Guai a quelli i cui padroni protraggono la veglia fino a tarda notte! Infatti, quanta parte della notte sottrarrai ai servi, altrettanta vita gli toglierai. Quanti sono gli uomini liberi che non vorrebbero cosí trasfigurarsi, da essere padroni al mattino, ma servitori la sera! […]. Noi invece ogni giorno abbiamo nozze, natalizi, giuochi, pazzie amorose, feste di ancelle. Per questo alcuni non vogliono essere affrancati. Chi infatti potrebbe assicurare tanta profusione e tanta impunità ad un libero? Ma troppo mi sono trattenuto qui. Il mio padrone certamente starà già gridando, secondo il solito. Avrei fatto meglio ad eseguire i suoi ordini, e andare subito dai suoi amici. E adesso? Bisognerà accettare e mandar giú gl’insulti. Sono i padroni: dicano ciò che vogliono, finché gli piace. Pazienza! […] (Pantomalo si affretta verso la casa di Arbitro).
Epistola a Lucilio 47
Con piacere sono venuto a sapere da quanti provengono da casa tua che tu vivi familiarmente con i tuoi servi: questo si addice alla tua saggezza, questo alla tua istruzione.
«Sono servi». Nient’affatto sono uomini.
«Sono servi». Nient’affatto, sono compagni d’alloggio.
«Sono servi». Nient’affatto, sono umili amici.
«Sono servi» Nient’affatto, sono compagni di schiavitù, se consideri che la stessa cosa è lecita alla fortuna nei confronti di entrambi. Perciò rido di quanti giudicano disonorevole cenare in compagnia del proprio schiavo: per quale motivo (questo avviene), se non perché una consuetudine dettata dalla più grande superbia fa sì che intorno al padrone, mentre mangia, ci sia una turba di servi in piedi? Egli mangia oltre la capacità del suo stomaco e con grande avidità riempie il ventre rigonfio e ormai disavvezzo alla funzione del ventre, da vomitare il cibo con fatica maggiore che a ingerirlo. Ma agli schiavi infelici non è permesso neppure muovere le labbra allo scopo di parlare: ogni bisbiglio è represso col bastone e neppure i rumori casuali sono esentati dalle percosse: la tosse, gli starnuti, il singhiozzo; il silenzio interrotto da una parola si sconta a caro prezzo; per tutta la notte stanno in piedi digiuni e zitti.
Così accade che costoro, ai quali non è permesso parlare in presenza del padrone, parlino (male) del padrone. Invece quei servi che potevano parlare non solo in presenza del padrone, ma anche col padrone stesso, la cui bocca non era cucita, erano pronti a offrire la testa per il loro padrone, a stornare sul proprio capo un pericolo imminente; durante i banchetti parlavano, ma sotto la tortura tacevano. Inoltre, viene spesso ripetuto quel proverbio frutto della medesima arroganza: «Tanti nemici, quanti schiavi»: loro non ci sono nemici, ce li rendiamo tali noi. Tralascio per ora maltrattamenti crudeli e disumani: abusiamo di loro quasi non fossero uomini, ma bestie. Quando ci mettiamo a tavola, uno deterge gli sputi, un altro, stando sotto il divano, raccoglie gli avanzi dei convitati ubriachi. Uno scalca volatili costosi; muovendo la mano esperta con tratti sicuri attraverso il petto e le cosce, ne stacca piccoli pezzi; poveraccio: vive solo per trinciare il pollame come si conviene; ma è più sventurato chi insegna tutto questo per suo piacere di chi impara per necessità. Un altro, addetto al vino, vestito da donna, lotta con l’età non può uscire dalla fanciullezza, vi è trattenuto e, pur essendo ormai abile al servizio militare, glabro, con i peli rasati o estirpati alla radice, veglia tutta la notte, dividendola tra l’ubriachezza e la libidine del padrone, e fa da uomo in camera da letto e da servo durante il pranzo. Un altro che ha il compito di giudicare i convitati, se ne sta in piedi, sventurato, e guarda quali persone dovranno essere chiamate il giorno dopo perché hanno saputo adulare e sono stati intemperanti nel mangiare o nei discorsi. Ci sono poi quelli che si occupano delle provviste: conoscono esattamente i gusti del padrone e sanno di quale vivanda lo stuzzichi il sapore, di quale gli piaccia l’aspetto, quale piatto insolito possa sollevarlo dalla nausea, quale gli ripugni quando è sazio, cosa desideri mangiare quel giorno. Il padrone, perché non sopporta di mangiare con costoro e ritiene una diminuzione della sua dignità sedersi alla stessa tavola con un suo servo. Ma buon dio! quanti padroni ha tra costoro. Ho visto stare davanti alla porta di Callisto il suo ex padrone e mentre gli altri entravano, veniva lasciato fuori proprio lui che gli aveva messo addosso un cartello di vendita e lo aveva presentato tra gli schiavi di scarto. Così quel servo che era stato messo tra i primi dieci in cui il banditore prova la voce, gli rese la pariglia: lo respinse a sua volta e non lo giudicò degno della sua casa. Il padrone vendette Callisto: ma Callisto come ha ripagato il suo padrone! Considera che costui, che tu chiami tuo schiavo, è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira, vive, muore come te! Tu puoi vederlo libero, come lui può vederti schiavo. Con la sconfitta di Varo la sorte degradò socialmente molti uomini di nobilissima origine, che attraverso il servizio militare aspiravano al grado di senatori: qualcuno lo fece diventare pastore, qualche altro guardiano di una casa. E ora disprezza pure l’uomo che si trova in uno stato in cui, proprio mentre lo disprezzi, puoi capitare anche tu. Non voglio cacciarmi in un argomento tanto impegnativo e discutere sul trattamento degli schiavi: verso di loro siamo eccessivamente superbi, crudeli e insolenti. Questo è il succo dei miei insegnamenti: comportati con il tuo inferiore come vorresti che il tuo superiore agisse con te. Tutte le volte che ti verrà in mente quanto potere hai sul tuo schiavo, pensa che il tuo padrone ha su di te altrettanto potere. «Ma io», ribatti, «non ho padrone». Per adesso ti va bene; forse, perciò lo avrai. Non sai a che anche Ecuba divenne schiava, e Creso, e la madre di Dario, e Platone, e Diogene? Sii clemente con il tuo servo e anche affabile; parla con lui, chiedigli consiglio, mangia insieme a lui. A questo punto tutta la schiera dei raffinati mi griderà «Non c’è niente di più umiliante, niente di più vergognoso». Io, perciò potrei sorprendere proprio loro a baciare la mano di servi altrui. E neppure vi rendete conto di come i nostri antenati abbiano voluto eliminare ogni motivo di astio verso i padroni e di oltraggio verso gli schiavi? Chiamarono padre di famiglia il padrone e domestici gli schiavi, appellativo che è rimasto nei mimi; stabilirono un giorno festivo, non perché i padroni mangiassero con i servi solo in quello, ma almeno in quello; concessero loro di occupare posti di responsabilità nell’ambito familiare, di amministrare la giustizia, e considerarono la casa un piccolo stato. «E dunque? Inviterò alla mia tavola tutti gli schiavi» Non più che tutti gli uomini liberi. Sbagli se pensi che respingerò qualcuno perché esercita un lavoro troppo umile, per esempio quel mulattiere o quel bifolco. Non li giudicherò in base al loro mestiere, ma in base alla loro condotta; della propria condotta ciascuno è responsabile, il mestiere, invece, lo assegna il caso. Alcuni siedano a mensa con te, perché ne sono degni, altri perché lo diventino; se c’è in loro qualche tratto servile derivante dal rapporto con gente umile, la dimestichezza con uomini più nobili lo eliminerò. Non devi, caro Lucilio, cercare gli amici solo nel foro o nel senato: se farai attenzione, li troverai anche in casa. Spesso un buon materiale rimane inservibile senza un abile artefice: prova a farne esperienza. Se uno al momento di comprare un cavallo non lo esamina, ma guarda la sella e le briglie, è stupido; così è ancora più stupido chi giudica un uomo dall’abbigliamento e dalla condizione sociale, che ci sta addosso come un vestito.
«È uno schiavo». Ma forse è libero nell’animo.
«È uno schiavo».E questo lo danneggerà. Mostrami chi non lo schiavo della lussuria, chi dell’avidità chi dell’ambizione, tutti sono schiavi della speranza, tutti della paura. Ti mostrerò un ex console servo di una vecchietta, un ricco signore servo di un’ancella, giovani nobilissimi schiavi di pantomimi: nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria. Perciò codesti schizzinosi non ti devono distogliere dall’essere cordiale con i tuoi servi senza sentirti superbamente superiore: più che temerti, ti rispettino. Qualcuno ora dirà che io incito gli schiavi alla rivolta e che voglio abbattere l’autorità dei padroni, perché ho detto «il padrone lo rispettino più che temerlo». «Proprio così» chiederanno. «Lo rispettino come i clienti, come le persone che fanno la visita di omaggio?” Chi dice questo, dimentica che non è poco per i padroni quella reverenza che basta a un dio. Se uno è rispettato, è anche amato: l’amore non può mescolarsi al timore. Secondo me, perciò tu fai benissimo a non volere che i tuoi servi ti temano e a correggerli solo con le parole: con la frusta si puniscono le bestie. Non tutto ciò che ci colpisce, ci danneggia; ma l’abitudine al piacere induce all’ira: tutto quello che non è come desideriamo, provoca la nostra collera. Ci comportiamo come i sovrani: anche loro, dimentichi delle proprie forze e della debolezza altrui, danno in escandescenze e infieriscono, come se fossero stati offesi, mentre l’eccezionalità della loro sorte li mette completamente al sicuro dal pericolo di una simile evenienza. Lo sanno bene, ma, lamentandosi, cercano l’occasione per fare del male; dicono di essere stati oltraggiati per poter oltraggiare. Non voglio trattenerti più a lungo; non hai bisogno di esortazioni. La rettitudine ha, tra gli altri, questo vantaggio: piace a se stessa ed è salda. La malvagità è incostante e cambia spesso, e non in meglio, ma in direzione diversa. Stammi bene.
Lettera a Filemone
Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, e il fratello Timoteo al nostro caro collaboratore Filemone, alla sorella Appia, ad Archippo nostro compagno d’armi e alla comunità che si raduna nella tua casa: grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.
Rendo sempre grazie a Dio ricordandomi di te nelle mie preghiere, perché sento parlare della tua carità per gli altri e della fede che hai nel Signore Gesù e verso tutti i santi. La tua partecipazione alla fede diventi efficace per la conoscenza di tutto il bene che si fa tra voi per Cristo. La tua carità è stata per me motivo di grande gioia e consolazione, fratello, poiché il cuore dei credenti è stato confortato per opera tua.
Per questo, pur avendo in Cristo piena libertà di comandarti ciò che devi fare, preferisco pregarti in nome della carità, così qual io sono, Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero per Cristo Gesù; ti prego dunque per il mio figlio, che ho generato in catene, Onesimo, quello che un giorno ti fu inutile, ma ora è utile a te e a me. Te l’ho rimandato, lui, il mio cuore.
Avrei voluto trattenerlo presso di me perché mi servisse in vece tua nelle catene che porto per il vangelo. Ma non ho voluto far nulla senza il tuo parere, perché il bene che farai non sapesse di costrizione, ma fosse spontaneo. Forse per questo è stato separato da te per un momento perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo in primo luogo a me, ma quanto più a te, sia come uomo, sia come fratello nel Signore.
Se dunque tu mi consideri come amico, accoglilo come me stesso. E se in qualche cosa ti ha offeso o ti è debitore, metti tutto sul mio conto. Lo scrivo di mio pugno, io, Paolo: pagherò io stesso. Per non dirti che anche tu mi sei debitore e proprio di te stesso! Sì, fratello! Che io possa ottenere da te questo favore nel Signore; dà questo sollievo al mio cuore in Cristo!
Epitteto, I, 9
Se ciò che dicono i filosofo sulla parentela fra Dio e gli uomini è vero, che cosa resta agli uomini se non la frase di Socrate: «A chi chiede di dove sei non rispondere mai “Ateniese” o “Corinzio”, ma “Cittadino dell’universo”? Perché infatti dici di essere Ateniese, e non di quell’angoletto dove il tuo corpo è stato gettato alla nascita? O è chiaro che per una causa motivo più importante, che comprende non solo quello stesso angolo, ma tutta la tua casa e in generale ciò da cui la stirpe degli antenati è giunta fino a te, tu ti chiami Ateniese o Corinzio? Chi ha compreso l’organizzazione dell’universo e ha imparato che la cosa più grande e più importante e più comprensiva è l’insieme di uomini e Dio, da cui sono discesi i semi non in mio padre né in mio nonno, ma in tutte le cose che nascono e crescono, fino agli esseri ragionevoli, perché solo questi per natura hanno comunanza con Dio, con lui implicati in una relazione a motivo della ragione perché non dovrebbe dirsi cittadino dell’universo? Perché non figlio di Dio?
De Nabuthae
1-2
La storia di Nabot è accaduta tanti e tanti anni fa, ma si ripete ogni giorno. Qual è quel ricco che ogni giorno non brama le cose d’altri? Chi, fra gli uomini più ricchi della terra, non fa di tutto per cacciare il povero dal suo campicello, per espellere l’indigente del podere dei suoi avi? Chi è contento di ciò che ha? Qual ricco non brucerebbe tutto dal desiderio di far suo il possesso del vicino? – Achab dunque non è nato una volta sola, ma – e questo è peggio! – ogni giorno Achab nasce e non muore mai, in questa nostra età.
Per uno che ne muore, ne spuntano moltissimi, sono piú quelli che arraffano che non quelli che lasciano. Non un povero Nabot solo è stato ucciso: ogni giorno Nabot viene calpestato, ogni giorno il povero viene ucciso. Per paura di ciò, la gente si ritira ormai dalle terre che sono sue; il povero, schiacciato dal peso delle ipoteche, emigra con i figlioletti, la moglie lo segue in lacrime, come se accompagnasse il marito alla tomba. Eppure meno alti sono i lamenti di colei che piange la morte dei suoi cari, perché, anche se ha perduto il sostegno del marito, ne conserva la tomba, anche se non ha più i figli, almeno non li deve piangere esuli, non soffre lo strazio, più intollerabile della morte stessa, di vedere i suoi piccoli senza un pezzo di pane. Fino a che punto, o ricchi, volete spingere le vostre folli bramosie? Forse ché ci siete voi soli ad abitare la faccia della terra? Perché cacciate via chi è partecipe della stessa vostra natura e rivendicate a voi il possesso di tutta la terra? La terra è stata creata per tutti, per i ricchi e per i poveri: perché vi arrogate per voi soli, o ricchi, il diritto di possedere la terra? La natura non conosce i ricchi: essa ci porta alla luce tutti poveri: infatti non nasciamo vestiti, non siamo generati con oro e argento. Nudi ci porta alla luce, bisognosi di cibo, di vesti, di bevande, nudi la terra accoglie quelli che generò, non è suo costume chiudere dentro le tombe i beni posseduti. Piccola zolla di terra è piú che sufficiente sia per il povero sia per il ricco; la terra che non bastò a saziare le brame del ricco quand’era in vita, basta ad accoglierlo tutto quanto ora che è morto. La natura quindi non fa distinzioni, né quando nasciamo né quando moriamo. Ci fa nascere tutti uguali, tutti uguali ci riceve nel grembo del sepolcro e, se ci riesci, individua il ricco, Scava poi il tumulo e, se puoi riconosci il povero: l’unica distinzione fra l’uno e l’altro è questa, che con il ricco periscono piú cose.
52-53
«L’acqua spegnerà il fuoco fiammeggiante e l’elemosina vincerà i peccati», l’acqua stagnante, invece, ben presto fa i vermi. Non resti inoperoso il tuo tesoro, e neppure continui ad ardere il tuo fuoco. Ora in te continuerà ad ardere, se non lo allontanerai da te con le opere di misericordia. Considera, o ricco, in mezzo a quale incendio tu sia. E un ricco come te colui che dice: «Padre Abramo, di’ a Lazzaro che intinga la punta di un suo dito nell’acqua e dia refrigerio alla mia lingua». Pertanto torna a tuo vantaggio tutto ciò che donerai al povero; quanto piú ti sarai tolto, tuoi veri beni. Te nutri con quel cibo che avrai dato al povero, perché chi ha misericordia del povero con la sua misericordia nutre se stesso e in essa trova il suo guadagno. La misericordia si semina in terra, ma germina in cielo; si pianta nel povero, ma ramifica presso Dio. Dio dice: «Non dire: darò domani», Chi non ammette che tu dica: «Darò domani», come può tollerare che tu dica: «Non intendo dare?». Al povero non dai del tuo, ma gli restituisci del suo; quel che infatti è stato assegnato per l’uso comune di tutti, tu te lo prendi per te tanto più si accrescono solo. La terra è di tutti, non soltanto dei ricchi; quelli, che non usano di ciò che è loro, sono meno numerosi di quelli che ne usano. Tu dunque restituisci ciờ che devi, non fai un dono assolutamente libero. Per questo la Sacra Scrittura ti dice: «Volgiti verso il povero e pagagli il tuo debito e rispondigli con mansuetudine amante della pace ».
54-56
Non hai nessun motivo di montare in superbia, o ricco; nessun motivo di dire al povero: «Non toccarmi!». Non sei forse anche tu figlio di donna, come il povero? Perché ti vanti della nobiltà della tua stirpe? Siete soliti scrutare l’ascendenza anche dei vostri cani, come fate per i ricchi; siete soliti vantare la nobiltà anche dei vostri cavalli, come fate per i consoli. Quello è nato da quel padre e da quella madre, quello s’allegra per quell’avo, quello s’esalta per gli antenati. Ma questo non giova affatto a chi è in lizza; la palma della vittoria non viene data a chi è più nobile, ma a chi corre meglio. Più vergognosa è la sconfitta quando il vinto è un nobile e mette a rischio la nobiltà. Sta’ attento, dunque, o ricco, che in te non debbano arrossire i meriti dei tuoi antenati, che qualcuno non dica anche ad essi: «Perché avete formato uno come costui, perché vi siete scelto un tale erede?». Il merito dell’erede non sta nei soffitti dorati né nei tavoli di porfido. Questo è vanto non degli uomini, ma di cave e miniere, dove gli uomini vengono mandati a lavorare per punizione. Per mezzo di gente affamata si cerca l’oro, che poi agli affamati viene negato. Si travagliano per cercare e per trovare ciò che non sanno di avere. Eppure non riesco a capire perché voi, o ricchi, riteniate di dovervi esaltare per l’oro, quando l’oro è piuttosto occasione di peccato che mezzo per guadagnarsi considerazione agli occhi di Dio: anche l’oro è una trappola, e guai a chi ne va in cerca’. Poi viene benedetto il ricco che è stato trovato senza macchia e che non ha corso dietro all’oro né ha riposto la sua speranza nei tesori materiali. Ma come se costui non si potesse trovare, Dio desidera che gli sia mostrato. Chi è? – dice -e noi lo loderemo; si è comportato in modo che noi dobbiamo piuttosto ammirarlo come cosa straordinaria che riconoscerlo come cosa abituale. Pertanto chi, pur ricco, poté essere riconosciuto giusto, costui è veramente perfetto e degno di gloria. «Colui che poteva – dice – prevaricare e non ha prevaricato, e fare del male e non lo fece». L’oro, dunque, nel quale sono tanti allettamenti per la prevaricazione, si raccomanda a voi non tanto per il piacere che da esso può derivare, ma piuttosto perché con esso si possono alleviare le sofferenze degli uomini. O forse vi insuperbiscono i vostri immensi palazzi ? Ma questi dovrebbero piuttosto essere per voi occasione di pentimento, perché pur accogliendo folle di gente, non vi lasciano penetrare la voce del povero. Ma veramente a nulla gioverebbe che fosse sentita, perché, anche se la sentite, non sapete trarne frutto. E poi le stesse vostre dimore regali non v’insegnano il senso della misura, perché con le vostre costruzioni volete fare più di quanto le vostre ricchezze consentono, ma senza riuscirvi. Voi vestite le pareti e spogliate gli uomini. L’indigente grida davanti alla tua casa, e tu non ci badi; grida, I’uomo nudo, e tu sei sovrappensiero, perché non sai con quali marmi rivestire i tuoi pavimenti. Denaro va cercando il povero, e non l’ottiene: un pezzo di pane chiede un uomo e il tuo cavallo mastica oro con i suoi denti. Ma a te piacciono gli ornamenti preziosi, mentre altri non hanno frumento: che giudizio pesante, o ricco, ti prendi su di te! Il popolo ha fame, e tu chiudi i tuoi granai; il popolo piange, e tu ti compiaci di ostentare le tue gemme! Infelice! Hai la possibilità di conservare in vita tante persone, e non vuoi farlo! La gemma del tuo anello avrebbe da sola potuto salvare la vita ad un intero popolo.
V. ANDANDO COME A TENTONI
C’è nell’uomo di ogni tempo un interrogarsi sul rapporto con qualcosa che sta oltre, per rispondere ad un desiderio anche confuso di uno più potente a cui chiedere aiuto e protezione. In assenza di una rivelazione sono gli uomini stessi a tentare di darsi delle risposte: esse nascono dalle credenze popolari come la fede negli dèi antropomorfi e nei dèmoni, o cercano un potere attraverso le pratiche magiche, o cercano sicurezza nella tradizione e nella storia di un popolo. Nei secoli che stiamo vedendo troviamo un incrociarsi di alcune di queste risposte, da cui sorgono anche dissensi e irrisioni, così come nostalgie di un passato che viene meno.
Simmaco, uomo coltissimo dedicatosi alla lettura e all’edizione dei classici, nella seconda metà del IV sec., di fronte alla novità spiazzante e senza un passato del cristianesimo, ormai legittimato dall’Editto di Milano, proponeva per rinvigorire i valori morali e ricostruire lo spessore culturale e sociale della società il ritorno alla religione tradizionale, quella religione che nel passato aveva sostenuto e garantito lo stato nella sua forza di espansione.
Tuttavia, di fronte a uomini ancora legati alle divinità antropomorfe della tradizione o a uomini che cercano il dominio sulla realtà attraverso le pratiche magiche e superstiziose, reagisce incredulo nel II sec. Luciano che in modo sprezzante e cinico critica la mancanza di razionalità di tutte queste posizioni.
A sancire la fine delle credenze negli dèi e nei demoni della religione tradizionale, in modo dolorosamente drammatico Plutarco racconta di un misterioso episodio che sarebbe accaduto intorno al 30 d.C. e che gli sarebbe stato testimoniato da un non meglio identificato storico di nome Filippo, episodio in cui veniva proclamata la morte di Pan e di tutti gli dèi con lui.
Relationes (Epistularum liber X) , III
Noi (pagani) dunque vogliamo che sia restaurata la condizione della religione, di quella religione che a lungo ha giovato allo Stato. […] Concedete, Vi prego, che quello che abbiamo ricevuto da bambini possiamo da vecchi tramandare ai posteri. Potente è l’amore della tradizione: giustamente la decisione del divo Costanzo non si è mantenuta a lungo, Voi dovete evitare tutte quelle decisioni innovatrici che come Voi sapete, ben presto sono state abbandonate. Noi ci preoccupiamo dell’eternità della fama e del nome Vostro e che l’età futura non trovi in Voi nulla da correggere. Dove giureremo sulle Vostre leggi e sulle Vostre parole? E coloro che sono pronti a mentire, con quale sacro timore noi riusciremo a trattenere dal mentire quando rendono testimonianze? Sí, è vero, tutto è pieno di Dio e per i traditori non c’è nessun luogo dove Dio non arrivi: conta però moltissimo, per distogliere dal male, la minaccia del timore che incute la presenza visibile del dio. Quell’altare cementa la concordia di tutti, quell’altare è il pegno della fedeltà di tutti, dal primo all’ultimo, e nient’altro dà piú autorevolezza e prestigio ai nostri pareri del fatto che tutte le deliberazioni, che il Senato prende, le prende come dopo aver prestato giuramento. […]
Ognuno ha i suoi costumi, ognuno i suoi riti; l’intelligenza divina ha distribuito alle città vari culti come custodi delle città; come agli esseri che vengono al mondo viene assegnata un’anima, cosí tra i popoli vengono spartiti i genii fatali. S’aggiunge l’utilità, che piú d’ogni altra cosa lega l’uomo agli dei. Infatti dal momento che la spiegazione razionale nel suo complesso è oscura, donde può meglio venire a noi conoscenza dei numi che dalla storia e dagli insegnamenti degli avvenimenti precedenti e prosperi? Se l’antichità concede autorevolezza alle religioni, noi dobbiamo custodire una fede che vive da tanti secoli e dobbiamo seguire i nostri antenati che a loro volta avevano felicemente seguito i loro.
Roma pensiamo adesso che sia qui davanti a noi e che a Voi parli con queste parole: « Ottimi fra i príncipi, padri della patria, rispettate i miei anní, a cui sono giunta grazie ai miei pii riti! Possa io praticare il culto degli aví – né ho motivo di pentirmene! Possa io vivere secondo il mio costume, dal momento che sono libera! Questo culto ha ridotto il mondo sotto le mie leggi; questi sacri riti hanno respinto Annibale dalle mura, i Galli dal Campidoglio. Per questo dunque sono stata mantenuta in vita, per sentirmi rimproverare ora che sono vecchia? 10. Vedrò poi un’altra volta che cosa siano nella loro essenza le innovazioni che si vogliono introdurre: rimproveri che vengono mossi a chi è vecchio sono tardivi e offensivi ».
Dunque noi chiediamo che gli deí patri, gli dei indígeti siano lasciati in pace.
E giusto ritenere che tutto ciò che gli uomini adorano sia un’entità sola. Alziamo gli occhi ai medesimi astri, il cielo è il medesimo per tutti, nel medesimo universo viviamo: che importa quale sia la via razionale battuta da ciascuno per raggiungere la verità? Non per una via sola si può giungere ad un mistero cosí profondo. Ma queste sono dispute di persone che non hanno niente da fare: siamo venuti a presentare una supplica, non ad iniziare un dibattito.
Nessuno pensi che io patrocini solo la causa della religione: da fatti di questo genere hanno avuto inizio tutti i guai del genere umano. Una legge dei nostri maggiori aveva reso onore alle vergini Vestali e ai ministri degli dei con una modesta pensione e con appropriati privilegi; queste concessioni si mantennero intatte fino a che banchieri degeneri destinarono alla mercede di miserabili facchini ciò che doveva servire ad alimentare la castità ; a questo fatto tenne dietro un’universale carestiae le messi malate delusero le speranze di tutte le province. 16. Questo non è colpa dei terreni, non addossiamo alcuna responsabilità ai venti, non è stata la ruggine a danneggiare le messi, non il loglio soffocò le biade: il sacrilegio ha reso sterile l’anno. Era necessario, infatti, che venisse a mancare a tutti ciò che si rifiutava alla religione. Certo, se di questo flagello esiste qualche precedente, imputiamo pure una così grave carestia alla vicenda delle stagioni: ma questa sterilità fu dovuta ad una causa ben grave. Con gli arbusti dei boschi ci si mantiene in vita e per la mancanza di mezzi la popolazione dei campi tornò avida di nuovo alle piante di Dodona , 17. Che cosa di simile ebbero a sopportare le province, quando ai ministri della religione l’onore concesso dallo Stato offriva gli alimenti? Quando mai furono scosse le querce per l’utilità degli uomini, quando mai furono strappate le radici delle erbe, quando mai la fecondità or dell’una or dell’altra regione venne meno all’alterna sterilità nei tempi in cui il popolo e le vergini sacre mettevano in comune i viveri? Il vitto concesso ai sacerdoti raccomandava infatti agli dei i frutti della terra: quello piú che una donazione era un rimedio contro la sterilità. O si può forse dubitare che sempre sia stato dato per la prosperità di tutti ciò di cui linopia di tutti ha ora punito la soppressione?
dal Philopseudes 7-9
Avevano già parlato, credo, della malattia, e in quel momento ne stavano ancora discutendo e ognuno proponeva certi rimedi. Cleodemo disse: «Se si raccoglie da terra con la mano sinistra un dente di una donnola uccisa nel modo che dicevo, e lo si avvolge nella pelle di un leone appena spellato e poi la si applica alle gambe, il dolore scompare subito».
«lo ho sentito dire invece – disse Dinomaco – che non deve essere una pelle di leone, ma quella di una cerva giovane e vergine, e si capisce, perché la cerva è veloce e la sua forza sta soprattutto nelle gambe. Il leone certo è possente, e il suo grasso, la sua zampa destra e i peli rigidi che ha sul mento hanno grande efficacia, se li si sa usare ognuno con la sua formula giusta. Ma per i piedi non serve.»
«Anch’io – disse Cleodemo – ero dell’opinione che dovesse essere la pelle di una cerva, appunto perché la cerva è veloce, ma recentemente un Libico che si intende di queste cose mi ha convinto dicendomi che i leoni sono anche più veloci delle cerve, tant’è vero che le inseguono e le catturano».
Tutti approvarono, convinti che il Libico aveva ragione. Io invece dissi: «Davvero credete che questi dolori possano cessare grazie a formule magiche o l’applicazione di oggetti esterni, quando il male sta dentro?»
A queste parole tutti risero, con l’aria di considerarmi uno stupido che non sapeva le cose più semplici, alla quale nessuna persona in possesso delle sue facoltà mentali poteva obiettare. Solo il medico Antigono parve contento della mia domanda, perché da molto tempo trascuravano il suo tentativo di dare aiuto al malato seguendo i precetti dell’arte e prescrivendogli di non bere vino, di mangiare verdure, di abbassare il tono.
Cleodemo, sorridendo appena, mi disse: «Che dici, Tichiade? A te sembra incredibile che in questo modo si ottengano miglioramenti nelle malattie?»
«Mi sembra incredibile sì – risposi io -; non ho le pigne in testa al punto di credere che oggetti esterni, che non hanno niente in comune coi fenomeni che dall’interno provocano la malattia, messe insieme a parole e ad una qualche ciarlataneria, siano utili alla guarigione. Questo non può accadere neanche se avvolgi sedici donnole intere nella pelle del leone Nemeo: ho ben visto tante volte il leone con addosso la sua pelle tutta intera zoppicare per il dolore». […] «Tu dai per dimostrato l’indimostrato -risposi io -e, come dicono, scacci chiodo con chiodo, perché non è affatto chiaro che i fenomeni che dici avvengano in virtù di quelle forze. E se prima non mi convinci ragionando che avviene naturalmente che la febbre e il gonfiore abbiano paura di un nome sacro o di una frase forestiera e per questo se ne vanno, quelli che fai restano discorsi da vecchiette».
Sull’estinzione degli oracoli 17.419 B-D
«Su la morte dei demoni ho udito un racconto da uno, che non era né uno sciocco né un ciarlatano. Epiterse, padre del retore Emiliano – le cui lezioni taluni di voi hanno udito – è mio concittadino e maestro di grammatica. Ecco quanto mi raccontò: “Navigava egli una volta verso l’Italia, su un naviglio che trasportava mercanzie e una folla di passeggeri. A sera, già presso le isole Echinadi, il vento cadde repente, e la nave fu portata dai flutti nelle vicinanze di Paxo. I più erano desti; e molti continuavano a bere, dopo aver pranzato. D’improvviso, dall’isola di Paxo fu udita una voce, o meglio un grido, che chiamava Tamo. Erano tutti stupiti. Tamo era il nostro pilota egizio e molti, a bordo, non ne sapevano neppure il nome. Per ben due volte chiamato, egli tacque; poi, alla terza volta, rispose a colui che lo chiamava. E questi con tono ancora più alto disse: ‘Allorché giungi nei pressi di Palode, annuncia che Pan, il grande, è morto’. A tali parole, continuava Epiterse, furono tutti atterriti. E si consultavano a vicenda: se fosse meglio eseguire il mandato oppure non impacciarsene e lasciar andare. Tamo prese la decisione seguente: se ci fosse forte vento, sarebbe passato lungo la riva in silenzio; se, invece, il vento cadesse e la calma regnasse nei dintorni, avrebbe riferito quanto aveva udito. Appena, dunque, si giunse presso Palode, regnò una gran pace e di venti e di flutti; Tamo, da poppa, con lo sguardo volto alla riva esclamò, come aveva udito: ‘Pan, il grande, è morto!’. Egli non aveva neppure chiuso bocca, che un immenso gemito, non di uno ma di tanti, s’innalzò, misto a grida di stupore. Ben presto la fama del fatto, per la presenza di tanti testimoni, si sparse in Roma e Tamo fu fatto chiamare da Tiberio Cesare, il guale prestò tanta fede al racconto da investigare e far ricerche su Pan. I filologi della corte, che non erano pochi, congetturarono che si trattasse del figlio di Hermes e di Penelope”.».
Fra i tentativi di dare risposte alle domande inesauste troviamo le scuole filosofiche, soprattutto lo stoicismo sempre incerto fra panteismo e un Dio personale, oppure la diffusa ricerca di una nuova spiritualità e di promesse di salvezza futura nei culti misterici.
Seneca segnala un nuovo modo di percepire il divino, come un fattore razionale che è presente nel mondo e nella natura così come nell’uomo e che dall’interno li anima e li governa. In una nuova intima connessione il Dio è nell’uomo, e l’uomo è, per così dire, figlio di Dio. Così definisce l’uomo anche Epitteto.
La stessa unità profonda con il dio che l’uomo cerca nelle religioni misteriche, così come testimonia il passo di Apuleio che ascolteremo, in cui alla fine di tante peregrinazioni ed avventure, Lucio, il protagonista delle Metamorfosi, in una notte intensa riceve l’apparizione della dea Iside, in risposta alle sue preghiere. La dea, in cambio della sua dedizione, gli promette la felicità, la liberazione dalla condizione in cui si trovava – trasformato in asino per la sua curiositas e per l’applicazione di un filtro magico, ma soprattutto la possibilità di una vita oltre la morte, in una profonda intimità con il divino.
Il diffondersi della rivelazione cristiana si colloca nella ricerca dell’uomo, con risposte inattese non solo a proposito di verità sconvolgenti come la resurrezione di Cristo ma anche di un modo di vivere diverso dai criteri del mondo.
La Lettera a Diogneto, della prima metà del II secolo ben testimonia la portata innovativa dell’annuncio cristiano che non è frutto della creatività multiforme dell’uomo come per il paganesimo neppure di una speculazione filosofica arguta come quella di Seneca, ma di una rivelazione divina. E per questo i cristiani assumono un modo di vivere totalmente diverso che li rende stranieri in ogni città.
Epistola a Lucilio, 41
Fai una cosa molto buona e per te salutare se, come scrivi, perseveri a dirigerti verso uno stato d’animo positivo, che è sciocco auspicare visto che puoi ottenerlo da te stesso. Non occorre alzare le mani al cielo né supplicare il custode del tempio affinché ci permetta di accostarci all’orecchio del simulacro, come se potessimo essere ascoltati di più: dio è vicino a te, è con te, è dentro. Così dico, Lucilio: uno spirito sacro risiede dentro di noi, osservatore e custode dei nostri mali e beni; egli, a seconda di come è stato trattato da noi, così egli stesso ci tratta. D’altra parte nessuno è un uomo buono senza dio: può forse qualcuno innalzarsi al di sopra della sorte se non aiutato da lui? Egli dà consigli grandiosi e nobili. In ciascuno degli uomini buoni [quale dio è incerto] abita un dio. Se ti si presenterà un bosco fitto di alberi vetusti e che hanno superato l’altezza normale e che per la densità dei rami che coprono gli uni gli altri impedisce la vista del cielo, quell’altezza del bosco e l’isolamento del luogo e l’ammirazione di un’ombra così densa e ininterrotta in un luogo aperto ti garantirà la certezza di una divinità. Se qualche grotta dalle rocce profondamente corrose terrà sospeso un monte, non fatta da mano umana, ma scavata fino a così grande ampiezza da cause naturali, colpirà il tuo animo con una specie di sensazione di religiosità. Noi veneriamo le fonti dei grandi fiumi; l’improvviso scaturire di un vasto fiume dal sottosuolo ha degli altari; le fonti di acque calde vengono venerate, anche alcuni stagni o l’opacità o l’immensa profondità ha reso sacri. Se vedrai un uomo non spaventato dai pericoli, non toccato dalle passioni, felice in mezzo alle avversità, tranquillo in mezzo alle tempeste, che guarda gli uomini da una posizione superiore, gli dei da pari livello, non ti subentrerà venerazione nei suoi confronti? Non dirai «questa realtà è troppo grande e troppo elevata per poter essere ritenuta simile a questo piccolo corpo in cui si trova»? Là una forza divina discende; un animo straordinario, equilibrato, che passa oltre a tutte le cose come più piccole, che sorride di tutto ciò che temiamo e desideriamo, lo spinge una potenza celeste. Non può una cosa così grande stare in piedi senza il sostegno di una divinità; e quindi per la maggior parte di sé è lì donde discende. Come i raggi del sole toccano in verità la terra ma sono lì donde vengono mandati, così un animo grande e sacro e inviato a questo scopo, affiché conoscessimo [in verità] più da vicino le cose divine, conversa in verità con noi, ma rimane attaccato alla propria origine; da lì dipende, lì guarda e si appoggia, alle nostre cose partecipa in quanto migliore.
Epitteto, I, 9
Se ciò che dicono i filosofo sulla parentela fra Dio e gli uomini è vero, che cosa resta agli uomini se non la frase di Socrate: «A chi chiede di dove sei non rispondere mai “Ateniese” o “Corinzio”, ma “Cittadino dell’universo”? Perché infatti dici di essere Ateniese, e non di quell’angoletto dove il tuo corpo è stato gettato alla nascita? O è chiaro che per una causa motivo più importante, che comprende non solo quello stesso angolo, ma tutta la tua casa e in generale ciò da cui la stirpe degli antenati è giunta fino a te, tu ti chiami Ateniese o Corinzio? Chi ha compreso l’organizzazione dell’universo e ha imparato che la cosa più grande e più importante e più comprensiva è l’insieme di uomini e Dio, da cui sono discesi i semi non in mio padre né in mio nonno, ma in tutte le cose che nascono e crescono, fino agli esseri ragionevoli, perché solo questi per natura hanno comunanza con Dio, con lui implicati in una relazione a motivo della ragione perché non dovrebbe dirsi cittadino dell’universo? Perché non figlio di Dio?
Metamorfosi XI, 5 ss.
Parla la dea Iside
«Eccomi, sono qui, pietosa delle tue sventure, eccomi a te (Lucio), soccorrevole e benigna. Cessa di piangere e di lamentarti, scaccia il dolore; grazie ai miei favori ormai già brilla per te il giorno della salvezza. Sta’ ben attento, invece, agli ordini che ti do: il giorno che sta per nascere da questa notte, come vuole un’antica tradizione, è consacrato a me. In questo giorno cessano le tempeste dell’universo, si placano i procellosi flutti del mare, i miei sacerdoti, ora che la navigazione è propizia, mi dedicano una nave nuova e mi offrono le primizie del carico. Dunque, con animo puro e sgombro da timore, tu devi attendere questo giorno a me sacro con animo libero da timori, ma anche a pensieri impuri. Ma ricordalo e tienlo bene a mente una volta per tutte, che la tua vita, fino all’ultimo giorno, è ormai consacrata a me. Del resto mi pare sia giusto che tu dedichi la tua esistenza a colei che per sua grazia ti ha fatto tornare uomo fra gli uomini. E tu vivrai felice, vivrai glorioso sotto la mia protezione, e quando il tempo della tua vita sarà compiuto e scenderai agli Inferi, anche allora, in quel mondo sotterraneo, nei campi Elisi, dove tu abiterai, vedrai me, come in questo momento, risplendere fra le tenebre dell’Acheronte, regina delle dimore Stigie e continuerai ad adorare il mio nume benigno. Che se poi con l’assidua devozione, lo zelo religioso, la castità rigorosa tu avrai ben meritato della mia protezione, sappi che a me è anche possibile prolungarti la vita di là del tempo stabilito dal tuo destino».
Lettera a Diogneto V-VI, 1
I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini.
Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale.
La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri.
Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e
indubbiamente paradossale.
Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera.
Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto.
Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne.
Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati.
Non sono conosciuti, e vengono condannati.
Sono uccisi, e riprendono a vivere.
Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano.
Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria.
Sono oltraggiati e proclamati giusti.
Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano.
Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita.
Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio.
A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani.
VI.VENIVANO MIRIADI DI UOMINI PORTANDO PIETRE ED ESSI LE PRENDEVANO E COSTRUIVANO (Pastore di Hermas, III Visione)
Se da parte dei pagani verso il cristianesimo c’è stata diffidenza o aperta persecuzione, da parte dei cristiani il rapporto col paganesimo e la sua cultura è passato attraverso diverse posizioni, dopo che Paolo all’Areopago era venuto incontro ai filosofi radunati parlando della natura come segno e citando un antico poeta ellenistico. Le scuole erano comunque pagane, il percorso scolastico era rimasto quello precristiano: nasceva quindi la questione di quanto del pensiero e della tradizione pagana dovesse essere accettato, valorizzato, ricreato.
A fianco di prese di posizioni apertamente ostili o pigramente inclini a rifiutare il passato in blocco, appaiono posizioni più aperte e comprensive: Giustino afferma l’esistenza nel cuore umano di semi di verità; Lattanzio apprezza il valore degli sforzi e dei risultati della ricerca umana, anche se ne riconosce i limiti che hanno reso necessaria la rilevazione divina; Clemente Alessandrino invece vede nella filosofia greca una praeparatio evangelica, voluta dalla Provvidenza per i pagani come la Legge per gli Ebrei. ,
Il nuovo mondo che emerge da speranze perdute e difficoltà presenti farà i conti con l’apporto di tutti: i Cristiani utilizzeranno il greco e il latino, le due lingue della cultura e della politica, per diffondere dappertutto la parola di Dio, in cui le vecchie parole acquistano un senso nuovo, parole che costituiscono le pietre per costruire un rapporto di testimonianza e d’intesa con gli uomini di tutta l’ecumene.
Ne è un esempio il Prologo del Vangelo di Giovanni.
Divinae institutiones V, 2,12 ss
Uomini forniti di alta e splendida intelligenza si dedicarono con tutta l’anima al sapere e, trascurando ogni altra attività sia privata sia pubblica, s’impegnarono interamente nella ricerca della verità; essi infatti ritenevano meritasse assai più indagare e conoscere la natura delle cose umane e divine che non attendere ad accumulare ricchezze ed onori: questi sono beni passeggeri, mortali, che riguardano solo la vita del corpo e, perciò possono rendere alcuno migliore o più giusto. Tali uomini erano ben degni di conoscere la verità, poiché bramavano con tanto ardore di possederla e così fortemente, che la anteposero ad ogni altro interesse: alcuni, secondo quanto ci risulta, rinunziarono alle proprie sostanze ed a tutti i piaceri, per poter seguire la virtù sola e spoglia, spogli di tutto e sciolti da qualsiasi legame; e su di loro il nome e l’autorità della virtù esercitarono tanto fascino, da indurli a riporre in essa il sommo bene; ma non riuscirono ad ottenere ciò che desideravano e consumarono invano fatiche e zelo, perché la verità, cioè il mistero del supremo Iddio, che ha creato ogni cosa, non può essere percepita dall’intelligenza e dal pensiero di un uomo: altrimenti non vi sarebbe alcuna differenza tra Dio e l’uomo, se la mente umana fosse in grado di comprendere i disegni e le disposizioni dell’eterna maestà divina. Siccome non poteva avvenire che l’uomo con le sole sue forze conoscesse la natura divina, Dio non permise che l’uomo più a lungo errasse ricercando la luce della sapienza e, senza ricavare alcun vantaggio dalla sua fatica, andasse vagando in mezzo a fittissime tenebre: gli aperse gli occhi, una buona volta, e fece della conoscenza della verità un suo dono, sia per dimostrare la vanità della sapienza umana, sia per indicare, a chi andava errando e vagava, la via per la quale potesse raggiungere l’immortalità. Senonché pochi sanno approfittare di questo celeste beneficio e dono, poiché la verità, come avvolta da un velo, si cela nell’oscurità e i dotti la disprezzano, mancandole difensori adatti, e gli ignoranti la detestano per la severità in lei connaturata, che la natura umana incline ai vizi non può tollerare. […] Non curiamoci dunque dei cultori di questa mondana filosofia, che non ci danno alcuna certezza, ed incamminiamoci per la via giusta.
Stromati I
Dunque prima della presenza del Signore la filosofia era indispensabile ai Greci per portarli alla giustizia; ora invece diviene utile per condurre alla religiosità, essendo propedeutica per coloro che raggiungono la fede a partire da una dimostrazione, poiché «Il tuo piede – è detto – non inciamperà», se attribuirai alla Provvidenza le cose buone, sia greche sia nostre. Di tutte le cose buone, infatti, è causa Dio, ma di alcune, quali l’Antico e il Nuovo Testamento, primariamente, di altre, quali la filosofia, in secondo luogo. Ma forse anche la filosofia è stata data ai Greci come guida, prima che il Signore chiamasse anche i Greci: anch’essa infatti educava i Greci come la Legge gli Ebrei, per condurli a Cristo. Dunque la filosofia ha un compito preparatorio, aprendo la strada a chi sarà reso perfetto da Cristo.
Una sola dunque è la via della verità, ma ad essa come ad un fiume dall’eterna corrente confluiscono diversi corsi d’acqua da diverse sorgenti. Per ispirazione è stato detto: «Ascolta, figlio mio, e accogli le mie parole, perché ti capitino molte strade della vita. Infatti ti insegno le strade della sapienza, affinché non ti vengano meno le sorgenti» che sgorgano dalla stessa terra. Non solo ha detto che vi sono più strade di salvezza per un solo giusto, ma aggiunge che ve ne sono molte altre per molti giusti, indicandolo all’incirca così: «Le strade dei giusti risplendono come la luce». I precetti e gli insegnamenti propedeutici possono essere strade e impulsi della vita. «Gerusalemme, Gerusalemme, quante volte ho voluto radunare i tuoi figli come una chioccia i pulcini!» Gerusalemme significa “visione di pace”. Mostra dunque profeticamente che quanti hanno visioni di pace sono stati preparati in vario modo alla chiamata. E dunque? Ha voluto, non ha potuto: quante volte? o in che circostanza? Due volte, per mezzo dei profeti e della sua venuta. Dunque l’espressione “quante volte” significa che la sapienza è varia, e in ciascun modo uno per uno come quantità e qualità totalmente salva alcuni nel tempo e nell’eternità, “poiché lo Spirito del Signore riempie la terra”. Ma come il percorso di studi contribuisce alla filosofia che è loro padrona, così anche la filosofia stessa coopera all’acquisizione della sapienza. Infatti la filosofia è la pratica (della sapienza), e la sapienza è la scienza delle cose divine e umane e delle loro cause. Dunque la sapienza è signora della filosofia, come quella lo è delle materie propedeutiche. Se infatti la filosofia insegna la temperanza della lingua e del ventre e delle parti basse del corpo, e va scelta per se stessa, apparirà più venerabile e più potente se la si pratica per l’onore e la conoscenza di Dio. D’altra parte alcuni credendo di essere ben dotati non vogliono accostarsi né alla filosofia né alla dialettica, e richiedono la sola e nuda fede, come se pretendessero di cogliere subito fin dall’inizio i grappoli senza essersi presa nessuna cura della vite. “Vite” indica il Signore, da cui dobbiamo vendemmiare il frutto con la cura e la tecnica agricola basata sulla ragione. Si deve potare, sarchiare, legare e fare tutte le altre cose, c’è bisogno della falce, credo, della zappa e di tutti gli altri arnesi agricoli per la cura della vite, perché ci produca il frutto da mangiare. Come nell’agricoltura e nella medicina è abile chi si è accostato a svariati insegnamenti, per poter coltivare e curare meglio, così ugualmente dico abile chi dirige tutto verso la verità, così che cogliendo l’utilità della geometria, della musica, della grammatica e della stessa filosofia conserva inattaccabile la fede. Anche l’atleta, come si è detto, è tenuto in poco conto, salvo che contribuisca alla squadra.
Giovanni, 1-14
Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος. οὗτος ἦν ἐν ἀρχῇ πρὸς τὸν θεόν.
πάντα δι’ αὐτοῦ ἐγένετο, καὶ χωρὶς αὐτοῦ ἐγένετο οὐδὲ ἕν. ὃ γέγονεν ἐν αὐτῷ ζωὴ ἦν, καὶ ἡ ζωὴ ἦν τὸ φῶς τῶν ἀνθρώπων· καὶ τὸ φῶς ἐν τῇ σκοτίᾳ φαίνει, καὶ ἡ σκοτία αὐτὸ οὐ κατέλαβεν.
Ἐγένετο ἄνθρωπος ἀπεσταλμένος παρὰ θεοῦ, ὄνομα αὐτῷ Ἰωάννης· οὗτος ἦλθεν εἰς μαρτυρίαν, ἵνα μαρτυρήσῃ περὶ τοῦ φωτός, ἵνα πάντες πιστεύσωσιν δι’ αὐτοῦ.
οὐκ ἦν ἐκεῖνος τὸ φῶς, ἀλλ’ ἵνα μαρτυρήσῃ περὶ τοῦ φωτός. ἦν τὸ φῶς τὸ ἀληθινὸν ὃ φωτίζει πάντα ἄνθρωπον ἐρχόμενον εἰς τὸν κόσμον.
Ἐν τῷ κόσμῳ ἦν, καὶ ὁ κόσμος δι’ αὐτοῦ ἐγένετο, καὶ ὁ κόσμος αὐτὸν οὐκ ἔγνω.
εἰς τὰ ἴδια ἦλθεν, καὶ οἱ ἴδιοι αὐτὸν οὐ παρέλαβον.
ὅσοι δὲ ἔλαβον αὐτόν, ἔδωκεν αὐτοῖς ἐξουσίαν τέκνα θεοῦ γενέσθαι, τοῖς πιστεύουσιν εἰς τὸ ὄνομα αὐτοῦ, οἳ οὐκ ἐξ αἱμάτων οὐδὲ ἐκ θελήματος σαρκὸς οὐδὲ ἐκ θελήματος ἀνδρὸς ἀλλ’ ἐκ θεοῦ ἐγεννήθησαν.
Καὶ ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο καὶ ἐσκήνωσεν ἐν ἡμῖν, καὶ ἐθεασάμεθα τὴν δόξαν αὐτοῦ, δόξαν ὡς μονογενοῦς παρὰ πατρός, πλήρης χάριτος καὶ ἀληθείας·
In principio erat Verbum, et verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum.
Hoc erat in principio apud Deum.
Omnia per ipsum facta sunt et sine ipso factum est nihil quod factum est; in ipso vita erat, et vita erat lux hominum; et lux in tenebris lucet, et tenebrae eam non comprehenderunt.
Fuit homo missus a Deo, cui nomen erat Iohannes.
Hic venit in testimonio, ut testimonium perhiberet de lumine, ut omnes crederent per illum.
Non erat ille lux, sed ut testimonium perhiberet de lumine. Erat lux vera, quae illuminat omnem hominem venientem in hunc mundum. In mundo erat, et mundus per ipsum factus est, et mundus eum non cognovit. In propria venit, et sui eum non receperunt.
Quotquot autem recepoerunt eum , dedit eis potestatem filios Dei fieri, his qui credunt in nomine eius, qui non ex sanguinibus neque ex voluntate carnis neque ex voluntate viri sed ex Deo nati sunt.
Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis; et vidimus gloriam eius, gloriam quasi Unugeniti a Patre, plenum gratiae et veritatis.
Abbiamo visto come Giovanni nel Prologo utilizzi parole che erano proprio della tradizione filosofica e della tradizione letteraria; parole attinte dal mondo pagano con significati diversi. Ma dalla cultura che li ha preceduti i Cristiani non hanno tratto solo parole; hanno accolto anche modelli iconografici e architettonici.
Certamente la proposta di una radicale novità di vita ha comportato la creazione di nuovi moduli conformi alla tipicità del loro credo, quali ad esempio le abbazie quando tra il V e il VI secolo nascerà il monachesimo caratterizzato da una vita cenobitica comunitaria; ma accanto a questi nuovi modelli i Cristiani hanno utilizzato anche antichi moduli architettonici.
Tra i molti esempi di riutilizzo di moduli dell’antichità in una nuova chiave, soffermiamoci solo sullo spazio della basilica.
A Roma e nelle città romane la basilica era un importante luogo pubblico, affacciato sul foro, con funzioni commerciali, civili e giuridiche, un’aula a pianta rettangolare, con colonnati. Nel tardo impero poi la basilica diventa anche luogo di esaltazione dell’imperatore: una sala del trono, con importanti absidi come nella basilica di Massenzio a Roma, di cui oggi vediamo solo rovine, ma comunque indicative della grandiosità del passato.
Dopo l’editto di Costantino, quando il Cristianesimo diventerà religione lecita, religio licita, la basilica con la stessa forma – sala rettangolare, colonnato, abside –, si trasforma nel luogo del depositum fidei, dove ci sono le reliquie dei santi, il tabernacolo, a fondamento la liturgia e con la sua ampia capienza diventa anche il luogo adatto al raduno dell’assemblea cristiana. Ne è un esempio la basilica di S. Sabina in Roma che ricalca il modello pagano, ma con nuove funzioni e significati.
In alcune situazioni vediamo un caso ancora più estremo: pietre antiche in luoghi di culto nuovi, come nella cattedrale di Siracusa, che evidenzia sia all’esterno che all’interno il riuso delle colonne dell’antico tempio di Atena.
CONCLUSIONI: I TEMPI SIAMO NOI; COME SIAMO NOI, COSI' SONO I TEMPI
Chiudiamo questo nostro percorso con le parole di Sant’Agostino che richiama i Cristiani ad una responsabilità nel vivere il loro tempo, quale che esso sia.
Agostino, Discorso 80
«Sono tempi cattivi, tempi penosi!» si dice. Ma cerchiamo di vivere bene e i tempi saranno buoni. l tempi siamo noi; come siamo noi così sono i tempi. Ma che facciamo? Non siamo capaci di convertire una moltitudine di persone alla retta via? Ebbene, i pochi che mi ascoltano, vivano bene; i pochi che vivono bene sopportino i molti che vivono male. Sono frumento, si trovano sull’aia; nell’aia possono essere mescolati con la pula ma non potranno averla con loro nel granaio. Perché ci rattristiamo e ci lamentiamo con Dio? Non dobbiamo biasimare il Padre di famiglia, poiché ci è caro. È lui che ci sopporta, non siamo noi che sopportiamo lui! Sa lui come dirigere a buon porto ciò che ha fatto; fa’ ciò che comanda e spera ciò che ha promesso.
