Home Meeting Rimini In un mondo in crisi pagani e cristiani utilizzano il vecchio e il nuovo per ricostruire l’umano. Letture di poeti e prosatori dei primi secoli dell’era cristiana.

In un mondo in crisi pagani e cristiani utilizzano il vecchio e il nuovo per ricostruire l’umano. Letture di poeti e prosatori dei primi secoli dell’era cristiana.

by Mariapina Dragonetti

In occasione del Meeting per l’amicizia tra i popoli tenutosi a Rimini nell’agosto del 2025 e intitolato dall’opera “Cori da «La Rocca»” dello scrittore Thomas Stearns Eliot.Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”, si è tenuto un reading a cura della redazione della rivista Zetesis.

Nel numero della rivista (2, 2025) in uscita a Novembre compare il testo del Reading così come si è realmente effettuato, con testi in una versione ridotta e adattata compatibilmente al tempo a disposizione; le parti di introduzione e di raccordo sono state lette a due voci e i testi sono stati recitati da due giovani attori. 

Di seguito presentiamo oltre alle introduzioni tematiche ai vari punti toccati  e ai brani presentati  nel Reading, la versione più completa dei testi recitati ed altri passi attinenti  ed utili ad ampliare la visione complessiva del tema .

VENIVANO MIRIADI DI UOMINI PORTANDO PIETRE ED ESSI LE PRENDEVANO E COSTRUIVANO (Pastore di Hermas, III Visione)

Nella III Visione de Il Pastore di Hermas, un testo cristiano del secondo secolo, incontriamo la misteriosa visione da cui abbiamo tratto il titolo: miriadi di uomini portano pietre, che vengono scelte, o scartate, o adattate alla nuova costruzione. I testi che presentiamo – in una versione ridotta e adattata compatibilmente al tempo a disposizione –, composti dall’epoca della nascita di Cristo fino al quinto secolo, sono una piccola selezione di quella “miriade di uomini” che, fra speranze e novità, hanno costruito i primi secoli della nostra era.

I. L’IMPERO SENZA FINE

 

All’epoca in cui Cristo nasce a Roma sono terminate le guerre civili, in cui un poeta come Orazio vedeva l’esito del peccato d’origine, il fratricidio di Romolo. Ma è lo stesso Orazio a prevedere, nella perennità dell’ascendere solenne delle vergini Vestali sul Campidoglio, una lunga durata nel tempo. Questa lunga durata è ciò che il destino sembra aver preparato a Roma e al suo impero, e sono in molti a far propria questa previsione, questa certezza.

Lo ha promesso Giove a Venere, quando la madre di Enea, nel racconto di Virgilio, era salita sull’Olimpo e si era lamentata per l’ostilità di Giunone verso i Troiani: Enea avrebbe raggiunto l’Italia e dalla sua discendenza sarebbe disceso Romolo, fondatore di Roma e della stirpe romana, quella stirpe  che avrebbe sottomesso la Grecia, vendicando così dopo secoli la sconfitta di Troia, per poi estendere il suo governo in “un impero senza fine” di tempi e di spazi, grazie al compito affidatole di unire tutti i popoli sotto la legge.

Una pace come la dà il mondo, certo, ma neppure un deserto quale un nemico la definisce: perché l’integrazione dei popoli, “la stirpe mista che di sangue uscirà” di cui parla Virgilio, è un fatto che uno dei primi imperatori, Claudio nato non in Italia, ma a Lione, proclamerà chiedendo per i Galli la cittadinanza romana, in nome di una storia di aperture a tutte le popolazioni via via aggiunte.

Nei secoli successivi l’affermazione della grandezza di Roma resta come punto di sicurezza continuamente proclamata, con nostalgia da chi guarda al passato o con impegno come quello trasmesso da un imperatore al proprio figlio: «amare lo stato come la casa paterna e i suoi antenati».  E certo finché Roma riesce a fornire questa sicurezza, ci sarà la possibilità di percorrere le sue strade, portando merci, lingue, idee; portando dappertutto anche l’annuncio cristiano.

Il poeta Rutilio Namaziano di origine gallica è costretto nei primi decenni del V secolo a ritornare da Roma nel suo paese d’origine, devastato dalle invasioni dei Visigoti. Mentre viaggia per mare, essendo ormai le strade impraticabili ed insicure e imbarcatosi a Ostia, percorre il litorale toscano, stupito dalle bellezze naturali, ma anche triste di dover abbandonare la città di Roma a cui innalza un elogio commosso e sincero riprendendo quelle profezie di Giove: Roma è stata capace di aggregare tanti popoli, con guerre giuste, ma anche e soprattutto elargendo le sue leggi «destinate a vivere nei secoli».

Analogamente si esprime lo storico Ammiano Marcellino durante il IV sec.; ammiratore fervente della cultura classica, fiducioso che essa possa rifiorire sotto l’imperatore Giuliano, vede certamente che la città è nella fase della vecchiaia, ma sa per certo che Roma che ha portato pace e leggi, «vivrà finché ci saranno gli uomini».

II. SOPPRAGGIUNGE LA CRISI

Ma le tracce della crisi di questa sicurezza si fanno evidenti in testi che, fra il terzo e il quinto secolo, ci mostrano situazioni di decadenza e di pericolo. Le cause sono molteplici e i differenti autori le indagano e segnalano: le invasioni barbariche che hanno distrutto luoghi ed edifici un tempo gloriosi e un paesaggio un tempo bellissimo, le avventure di usurpatori del potere imperiale, le rivolte dell’esercito, le guerre fra imperatori di oriente e occidente in cui i barbari stessi sono utilizzati contro i nemici del momento, le pestilenze spesso provocate dalle stesse guerre e, secondo alcuni pagani, gli dei che si vendicano per essere stati abbandonati, anche per colpa della diffusione del cristianesimo, come denuncia Commodiano..

Quali che siano le cause della crisi, diffuso è il senso di abbandono e di debolezza che fa dire agli autori dell’epoca che anche per le città e le nazioni, così come per gli individui, è inevitabile l’invecchiamento, il decadimento ed infine la morte.

Lo afferma lo stesso Rutilio che durante il suo viaggio lungo il litorale toscano non può «più riconoscere i monumenti dell’epoca trascorsa», ma «solo tracce fra crolli e rovine di muri».

Cipriano di Cartagine, vescovo e martire del III secolo, difende i cristiani dall’accusa loro rivolta di essere causa delle «disgrazie che scuotono e opprimono il mondo» «ormai invecchiato»; invecchiato come è naturale secondo la «legge di Dio: che tutto ciò che nasce perisca e tutto ciò che cresce invecchi». 

Lo fa affermare alla stessa Roma Claudiano, l’ultimo grande poeta pagano in lingua latina di fine IV sec. che, ancora nutrito di ideali classici, immagina Roma con «la voce ridotta a un soffio, i passi lenti, gli occhi infossati» che constatando l’attuale degrado, ricorda la promessa di Giove celebrata da Virgilio, ma sentenzia che «l’antichità fu ingannata da falsi auspici».

La rovina di Roma, totalmente inaspettata ed imprevedibile, fa disperare che possa esistere qualsiasi cosa di eterno, come lamenta. Gerolamo.

III. DI FRONTE ALLA CRISI

Di fronte alla decadenza incombente Claudiano chiede a Giove che Roma possa tornare giovane e vigorosa,  Ma mentre alcuni intellettuali sperano in un miracolo, senza impegnarsi in opere costruttive, leggiamo di diversi tentativi di uscire da quello stato di crisi, che potremmo paragonare ad un deserto, ricostruendo materialmente e psicologicamente un luogo, una patria, una società.
Ammiano Marcellino attesta l’impegno di sovrani e di amministratori nella ricostruzione mediante la rivitalizzazione delle istituzione e attraverso la nomina di perdonalità più adeguate. Quando la propria città deve essere rianimata dopo una vicenda bellica fra fazioni nemiche, ai capi politici si indica come importante, fra la ricostruzione degli edifici pubblici, delle case private e delle caserme,  anche e soprattutto la riapertura delle scuole, come ricorda la testimonianza di Eumenio.
L’impegno di ricostruzione vede impegnati in prima linea gli imperatori e la loro amministrazione,   ma anche i cristiani intervengono nell’opera di ricostruzione: nel V secolo, in concomitanza dell’invasione del re ostrogoto Teodorico, il vescovo di Pavia Epifanio – così come ci racconta il suo biografo Ennonio – si diede alla ricostruzione delle chiese danneggiate o distrutte dalle incursioni barbariche, ma soprattutto ebbe a cuore l’edificazione spirituale e morale di quanti erano stati colpiti e confusi nelle loro certezze.

D’altra parte, la ricostruzione materiale non è riconosciuta sufficiente se il cuore dell’uomo e il suo modo di vivere non cambiano. Toccante ed attuale la riflessione di Paolino, un poeta probabilmente della prima decade del V sec., che in 110 esametri latini che si rifanno alla I ecloga di Virgilio, descrive il comportamento e le reazioni di tre personaggi al disordine e alla rovina procurata dalle guerre; si interroga sulle speranze e sulle possibilità di affrontare le problematiche e ricostruire una nuova società. Il poeta conclude in modo cinico che spesso, pur tormentati dal crollo dei valori tradizionali, gli uomini non hanno le risorse morali per superare il proprio gretto interesse personale.

IV. VERSO UN’UMANITÀ NUOVA

Se Paolino sembra non individuare nell’individuo una forza interiore capace di cambiare il modus vivendi evidenziato dal disordine etico, ma rimane sempre schiavo degli stessi vizi, alcuni testi che presentiamo, partendo da diverse posizioni, filosofiche o religiose, intervengono con chiare affermazioni proprio sul modo di vivere della società in cui gli autori si trovano, a distanza di diversi secoli l’uno dall’altro.

Tra i tanti i aspetti della società abbiamo preso in considerazione la relazione tra liberi e schiavi, tra ricchi e poveri.
Il sistema dello schiavismo era diffuso nel mondo antico: a Roma era dovuto anche alle guerre di conquista che aggiungevano agli schiavi nati in casa o venduti per debiti prigionieri privati improvvisamente della libertà. C’erano state nei secoli repubblicani rivolte come quella di Spartaco, represse sanguinosamente, ma il sistema aveva continuato a sussistere, così come in molte altre epoche non lontane da noi. E come in altre epoche, la questione di fondo era la differenza ontologica fra schiavo e libero, e il diritto quindi di trattare lo schiavo come un “oggetto animato”, secondo l’antica definizione di Aristotele.
Rappresenta questa distinzione e contrapposizione la commedia composta da un Anonimo agli inizi del V sec. intitolata  Querulus sive Aulularia.
Questa differenza che pur perdura fino al V era già stata messa  in crisi dal pensiero degli stoici , non per discutere la liceità giuridica dello schiavismo, a cui nessuno si opponeva, ma per affermare l’identità umana dello schiavo e di conseguenza la necessità di trattarlo non come una cosa, ma come una persona, sottomessa dalla sorte alla situazione di dipendenza. 
Nel I sec. d.C. il filosofo stoico Seneca dà voce in modo efficace a questa riflessione immaginando in una delle Lettere a Lucilio un dialogo in cui ad un interlocutore che vuole identificare nello schiavo la mera proprietà del padrone, un altro ribadisce in modo sdegnato che anche lo schiavo è un uomo, come loro.  Nello stesso secolo, si esprime in modo similare Paolo nella  Lettera a Filemone alla luce del nuovo messaggio evangelico. Nessuna differenza tra gli uomini nè di classe sociale, nè di nazionalità come dichiara lo stoico Epitteto, lui stesso schiavo.

Analogamente il vescovo di Milano Ambrogio alla fine del IV sec. recupera alla luce del messaggio cristiano l’uguaglianza tra gli uomini che già Seneca aveva affermato ed esorta i ricchi milanesi che sperperavano ricchezze immense, mentre i poveri versavano in difficili condizioni a condividere i propri beni per così dire restituendoli a coloro che la natura aveva voluto uguali.

V. ANDANDO COME A TENTONI

C’è nell’uomo di ogni tempo un interrogarsi sul rapporto con qualcosa che sta oltre, per rispondere ad un desiderio anche confuso di uno più potente a cui chiedere aiuto e protezione. In assenza di una rivelazione sono gli uomini stessi a tentare di darsi delle risposte: esse nascono dalle credenze popolari come la fede negli dèi antropomorfi e nei dèmoni, o cercano un potere attraverso le pratiche magiche, o cercano sicurezza nella tradizione e nella storia di un popolo. Nei secoli che stiamo vedendo troviamo un incrociarsi di alcune di queste risposte, da cui sorgono anche dissensi e irrisioni, così come nostalgie di un passato che viene meno.

Simmaco, uomo coltissimo dedicatosi alla lettura e all’edizione dei classici, nella seconda metà del IV sec., di fronte alla novità spiazzante e senza un passato del cristianesimo, ormai legittimato dall’Editto di Milano, proponeva per rinvigorire i valori morali e ricostruire lo spessore culturale e sociale della società il ritorno alla religione tradizionale, quella religione che nel passato aveva sostenuto e garantito lo stato nella sua forza di espansione.

Tuttavia, di fronte a uomini ancora legati alle divinità antropomorfe della tradizione o a uomini che cercano il dominio sulla realtà attraverso le pratiche magiche e superstiziose, reagisce incredulo nel II sec. Luciano che in modo sprezzante e cinico critica la mancanza di razionalità di tutte queste posizioni.

A sancire la fine delle credenze negli dèi e nei demoni della religione tradizionale, in modo dolorosamente drammatico Plutarco racconta di un misterioso episodio che sarebbe accaduto intorno al 30 d.C. e che gli sarebbe stato testimoniato da un non meglio identificato storico di nome Filippo, episodio in cui veniva proclamata la morte di Pan e di tutti gli dèi con lui. 

Fra i tentativi di dare risposte alle domande inesauste troviamo le scuole filosofiche, soprattutto lo stoicismo sempre incerto fra panteismo e un Dio personale, oppure la diffusa ricerca di una nuova spiritualità e di promesse di salvezza futura nei culti misterici.

Seneca segnala un nuovo modo di percepire il divino, come un fattore razionale che è presente nel mondo e nella natura così come nell’uomo e che dall’interno li anima e li governa. In una nuova intima connessione il Dio è nell’uomo, e l’uomo è, per così dire, figlio di Dio. Così definisce l’uomo anche Epitteto.

La stessa unità profonda con il dio che l’uomo cerca nelle religioni misteriche, così come testimonia il passo di Apuleio che ascolteremo, in cui alla fine di tante peregrinazioni ed avventure, Lucio, il protagonista delle Metamorfosi, in una notte intensa riceve l’apparizione della dea Iside, in risposta alle sue preghiere. La dea, in cambio della sua dedizione, gli promette la felicità, la liberazione dalla condizione in cui si trovava – trasformato in asino per la sua curiositas e per l’applicazione di un filtro magico, ma soprattutto la possibilità di una vita oltre la morte, in una profonda intimità con il divino.

Il diffondersi della rivelazione cristiana si colloca nella ricerca dell’uomo, con risposte inattese non solo a proposito di verità sconvolgenti come la resurrezione di Cristo ma anche di un modo di vivere diverso dai criteri del mondo.
La Lettera a Diogneto, della prima metà del II secolo ben testimonia la portata innovativa dell’annuncio cristiano che non è frutto della creatività multiforme dell’uomo come per il paganesimo neppure di una speculazione filosofica arguta come quella di Seneca, ma di una rivelazione divina. E per questo i cristiani assumono un modo di vivere totalmente diverso che li rende stranieri in ogni città.

VI.VENIVANO MIRIADI DI UOMINI PORTANDO PIETRE ED ESSI LE PRENDEVANO E COSTRUIVANO (Pastore di Hermas, III Visione)

Se da parte dei pagani verso il cristianesimo c’è stata diffidenza o aperta persecuzione, da parte dei cristiani il rapporto col paganesimo e la sua cultura è passato attraverso diverse posizioni, dopo che Paolo all’Areopago era venuto incontro ai filosofi radunati parlando della natura come segno e citando un antico poeta ellenistico. Le scuole erano comunque pagane, il percorso scolastico era rimasto quello precristiano: nasceva quindi la questione di quanto del pensiero e della tradizione pagana dovesse essere accettato, valorizzato, ricreato.

A fianco di prese di posizioni apertamente ostili o pigramente inclini a rifiutare il passato in blocco, appaiono posizioni più aperte e comprensive: Giustino afferma l’esistenza nel cuore umano di semi di verità; Lattanzio apprezza  il valore degli sforzi e dei risultati della ricerca umana, anche se ne riconosce i limiti che hanno reso necessaria la rilevazione divina;   Clemente Alessandrino invece vede nella filosofia greca una praeparatio evangelica, voluta dalla Provvidenza per i pagani come la Legge per gli Ebrei. ,

Il nuovo mondo che emerge da speranze perdute e difficoltà presenti farà i conti con l’apporto di tutti: i Cristiani utilizzeranno il greco e il latino, le due lingue della cultura e della politica, per diffondere dappertutto la parola di Dio, in cui le vecchie parole acquistano un senso nuovo, parole che costituiscono le pietre per costruire un rapporto di testimonianza e d’intesa con gli uomini di tutta l’ecumene.
Ne è un esempio il Prologo del Vangelo di Giovanni.

Abbiamo visto come Giovanni nel Prologo utilizzi parole che erano proprio della tradizione filosofica e della tradizione letteraria; parole attinte dal mondo pagano con significati diversi. Ma dalla cultura che li ha preceduti i Cristiani non hanno tratto solo parole; hanno accolto anche modelli iconografici e architettonici.

Certamente la proposta di una radicale novità di vita ha comportato la creazione di nuovi moduli conformi alla tipicità del loro credo, quali ad esempio le abbazie quando  tra il V e il VI secolo nascerà il monachesimo caratterizzato da una vita cenobitica comunitaria; ma accanto a questi nuovi modelli i Cristiani hanno utilizzato anche antichi moduli architettonici. 
Tra i molti esempi di riutilizzo di moduli dell’antichità in una nuova chiave, soffermiamoci solo sullo spazio della basilica.

Ricostruzione della Basilica imperiale Ulpia
Resti della basilica imperiale di Massenzio

A Roma e nelle città romane la basilica era un importante luogo pubblico, affacciato sul foro, con funzioni commerciali, civili e giuridiche, un’aula a pianta rettangolare, con colonnati. Nel tardo impero poi la basilica diventa anche luogo di esaltazione dell’imperatore: una sala del trono, con importanti absidi come nella basilica di Massenzio a Roma, di cui oggi vediamo solo rovine, ma comunque indicative della grandiosità del passato. 

Dopo l’editto di Costantino, quando il Cristianesimo diventerà religione lecita, religio licita, la basilica con la stessa forma – sala rettangolare, colonnato, abside –, si trasforma nel luogo del depositum fidei, dove ci sono le reliquie dei santi, il tabernacolo, a fondamento la liturgia e con la sua ampia capienza diventa anche il luogo adatto al raduno dell’assemblea cristiana. Ne è un esempio la basilica di S. Sabina in Roma che ricalca il modello pagano, ma con nuove funzioni e significati.

In alcune situazioni vediamo un caso ancora più estremo: pietre antiche in luoghi di culto nuovi, come nella cattedrale di Siracusa, che evidenzia sia all’esterno che all’interno il riuso delle colonne dell’antico tempio di Atena.

CONCLUSIONI: I TEMPI SIAMO NOI; COME SIAMO NOI, COSI' SONO I TEMPI

Chiudiamo questo nostro percorso con le parole di Sant’Agostino che richiama i Cristiani ad una responsabilità nel vivere il loro tempo, quale che esso sia.

Agostino, Discorso 80

«Sono tempi cattivi, tempi penosi!» si dice. Ma cerchiamo di vivere bene e i tempi saranno buoni. l tempi siamo noi; come siamo noi così sono i tempi. Ma che facciamo? Non siamo capaci di convertire una moltitudine di persone alla retta via? Ebbene, i pochi che mi ascoltano, vivano bene; i pochi che vivono bene sopportino i molti che vivono male. Sono frumento, si trovano sull’aia; nell’aia possono essere mescolati con la pula ma non potranno averla con loro nel granaio. Perché ci rattristiamo e ci lamentiamo con Dio? Non dobbiamo biasimare il Padre di famiglia, poiché ci è caro. È lui che ci sopporta, non siamo noi che sopportiamo lui! Sa lui come dirigere a buon porto ciò che ha fatto; fa’ ciò che comanda e spera ciò che ha promesso.