Testo latino e traduzione in Catullo, Poesie, Laterza 1983
Non possum reticere, deae, qua me Allius in re 41
iuverit aut quantis iuverit officiis,
ne fugiens saeclis obliviscentibus aetas
illius hoc caeca nocte tegat studium:
sed dicam vobis, vos porro dicite multis 45
milibus et facite haec charta loquatur anus.
⟨…⟩
notescatque magis mortuus atque magis,
nec tenuem texens sublimis aranea telam
in deserto Alli nomine opus faciat. 50
Nam, mihi quam dederit duplex Amathusia curam,
scitis, et in quo me corruerit genere,
cum tantum arderem quantum Trinacria rupes
lymphaque in Oetaeis Malia Thermopylis,
maesta neque adsiduo tabescere lumina fletu 55
cessarent tristique imbre madere genae.
Qualis in aerii perlucens vertice montis
rivus muscoso prosilit e lapide,
qui, cum de prona praeceps est valle volutus,
per medium densi transit iter populi, 60
dulce viatori lasso in sudore levamen,
cum gravis exustos aestus hiulcat agros,
ac velut in nigro iactatis turbine nautis
lenius aspirans aura secunda venit
iam prece Pollucis, iam Castoris implorata, 65
tale fuit nobis Allius auxilium.
Is clausum lato patefecit limite campum,
isque domum nobis isque dedit dominae,
ad quam communes exerceremus amores.
Quo mea se molli candida diva pede 70
intulit et trito fulgentem in limine plantam
innixa arguta constituit solea,
coniugis ut quondam flagrans advenit amore
Protesilaeam Laodamia domum
inceptam frustra, nondum cum sanguine sacro 75
hostia caelestis pacificasset eros.
Nil mihi tam valde placeat, Rhamnusia virgo,
quod temere invitis suscipiatur eris.
Quam ieiuna pium desideret ara cruorem,
docta est amisso Laodamia viro, 80
coniugis ante coacta novi dimittere collum,
quam veniens una atque altera rursus hiems
noctibus in longis avidum saturasset amorem,
posset ut abrupto vivere coniugio,
quod scibant Parcae non longo tempore abesse, 85
si miles muros isset ad Iliacos.
Nam tum Helenae raptu primores Argivorum
coeperat ad sese Troia ciere viros,
Troia (nefas!) commune sepulcrum Asiae Europaeque,
Troia virum et virtutum omnium acerba cinis, 90
quaene etiam nostro letum miserabile fratri
attulit. Ei misero frater adempte mihi,
ei misero fratri iucundum lumen ademptum,
tecum una tota est nostra sepulta domus,
omnia tecum una perierunt gaudia nostra, 95
quae tuus in vita dulcis alebat amor.
Quem nunc tam longe non inter nota sepulcra
nec prope cognatos compositum cineres,
sed Troia obscena, Troia infelice sepultum
detinet extremo terra aliena solo. 100
Ad quam tum properans fertur ⟨simul⟩ undique pubes
Graeca penetralis deseruisse focos,
ne Paris abducta gavisus libera moecha
otia pacato degeret in thalamo.
Quo tibi tum casu, pulcerrima Laodamia, 105
ereptum est vita dulcius atque anima
coniugium: tanto te absorbens vertice amoris
aestus in abruptum detulerat barathrum,
quale ferunt Grai Pheneum prope Cylleneum
siccare emulsa pingue palude solum, 110
quod quondam caesis montis fodisse medullis
audit falsiparens Amphitryoniades,
tempore quo certa Stymphalia monstra sagitta
perculit imperio deterioris eri,
pluribus ut caeli tereretur ianua divis, 115
Hebe nec longa virginitate foret.
Sed tuus altus amor barathro fuit altior illo,
qui tamen indomitam ferre iugum docuit
Nam nec tam carum confecto aetate parenti
una caput seri nata nepotis alit, 120
qui, cum divitiis vix tandem inventus avitis
nomen testatas intulit in tabulas,
impia derisi gentilis gaudia tollens
suscitat a cano vulturium capiti:
nec tantum niveo gavisa est ulla columbo 125
compar, quae multo dicitur improbius
oscula mordenti semper decerpere rostro,
quam quae praecipue multivola est mulier.
Sed tu horum magnos vicisti sola furores,
ut semel es flavo conciliata viro. 130
Aut nihil aut paulo cui tum concedere digna
lux mea se nostrum contulit in gremium,
quam circumcursans hinc illinc saepe Cupido
fulgebat crocina candidus in tunica.
Quae tamen etsi uno non est contenta Catullo, 135
rara verecundae furta feremus erae,
ne nimium simus stultorum more molesti.
Saepe etiam Iuno, maxima caelicolum,
coniugis in culpa flagrantem concoquit iram,
noscens omnivoli plurima furta Iovis. 140
Atqui nec divis homines componier aequum est
⟨…⟩
ingratum tremuli tolle parentis onus.
Nec tamen illa mihi dextra deducta paterna
fragrantem Assyrio venit odore domum,
sed furtiva dedit mira munuscula nocte, 145
ipsius ex ipso dempta viri gremio.
Quare illud satis est, si nobis is datur unis
quem lapide illa diem candidiore notat.
Hoc tibi, quod potui, confectum carmine munus
pro multis, Alli, redditur officiis, 150
ne vestrum scabra tangat robigine nomen
haec atque illa dies atque alia atque alia.
Huc addent divi quam plurima, quae Themis olim
antiquis solita est munera ferre piis.
Sitis felices et tu simul et † tua vita 155
et domus ⟨ipsa⟩ in qua nos lusimus et domina,
et qui principio nobis † terram dedit aufert †
a quo sunt primo omnia nata bona,
et longe ante omnes mihi quae me carior ipso est,
lux mea, qua viva vivere dulce mihi est. 160
Traduzione di Franco Caviglia
Muse, non posso tacere in quali frangenti Allio
mi ha aiutato e con quali cortesie mi ha soccorso,
perché il tempo che fugge, con le immemori generazioni,
non copra questo suo zelo d’una tenebra folta,
ma lo dirò a voi, e voi ripetetelo a molte 45
migliaia: che questa pagina parli, anche invecchiata,
[…]
e dopo morto diventi sempre, sempre più noto,
mentre il ragno, che tesse in alto l’esile trama,
non lavori sul nome dimenticato di Allio. 50
Sapete l’ambigua Amatusia quale pena m’ha dato,
sapete in quale maniera mi ha fatto precipitare;
mentre ero tutto un incendio, come il monte della Sicilia,
o la sorgente di Màlea alle Termopili Etee;
mentre i miei occhỉ marcivano di pianto ininterrotto, 55
e le mie guance stillavano di tristissima pioggia.
Come in vetta ad un monte che si leva nel cielo
sgorga un limpido rivo da una roccia coperta di muschio,
e scende a precipizio per la valle in declivio, 60
dolce conforto allo stanco viaggiatore accaldato,
quando la dura canicola spacca i campi riarsi;
come ai naviganti, battuti da fosca tempesta,
con soffio più calmo si leva un favorevole vento
implorato con le preghiere a Castore ed a Polluce: 65
tale, allora, per me, fu l’aiuto di Allio.
Fu lui che nel campo cintato mi aperse un comodo varco,
fu lui che diede una casa a me, alla mia donna,
perché godessi con lei del nostro reciproco amore.
Laggiù la mia splendida dea entrò col suo passo leggero 70
e pose il candido piede sopra la logora soglia
(la suola, poggiandosi a terra, faceva appena rumore).
Cosi un giorno Laodamia, palpitante d’amore,
giunse alla casa dello sposo Protesilao,
incominciata invano, perché non ancora una vittima 75
aveva placato col sangue i padroni del cielo.
Nesuna cosa, o Nemesi, debba tanto piacermi
da iniziarla a capriccio, senza il volere dei Numi!
Quanto I’asciutto altare chiedesse il sangue di vittime,
Laodamia lo comprese quand’ebbe perso lo sposo, 80
costretta a staccarsi dal collo del marito appena sposato
prima che, succedendosi, una serie d’inverni
nelle lunghe nottate avesse saziato il suo amore,
si che potesse vivere, anche dopo spezzata I’unione.
E le Parche sapevano che si sarebbe spezza 85
se egli fosse partito per combattere a Troia.
Proprio in quel tempo Troia, per il rapimento di Elena,
richiamava a sé, da ogni parte, tutti insieme i giovani Greci –
Troia (infamia!) sepolcro comune per l’Asia e l’Europa,
Troia, rogo precoce di eroismi e di eroi, 90
anche a mio fratello diede una morte luttuosa.
Ahi, fratello, tu fosti tolto a questo infelice!
Ahi, dolce luce strappata al fratello infelice!
Tutta la mia casa è sepolta insieme con te,
ogni nostra gioia è morta insieme con te, 95
la nostra gioia che soltanto nel tuo amore viveva.
Ed ora, tanto lontano, fra sconosciuti sepolcri,
non composto vicino alle ceneri dei famigliari,
una terra straniera ti chiude, ai limiti estremi del mondo,
laggiù ad Ilio malaugurata, Ilio priva di messi. 100
Si narra che per raggiungerla i giovani tutti di Grecia
abbandonarono in fretta i focolari domestici,
per impedire che Paride vivesse liberi ozi,
nel suo letto godendo l’adultera che egli aveva rapita.
Fu allora che a te, bellissima Laodamia, 105
fu tolto quel matrimonio, più caro a te della vita.
La tempesta d’amore ti catturò nei suoi gorghi
e ti fece affondare in un baratro aperto –
simile a quello che a Feneo, sotto il Cillene, riassorbe
la palude (dicono i Greci) e asciuga i fertili campi 110
(è fama che l’abbia scavato, tagliando le viscere al monte,
quell’eroe che aveva per falso padre Anfitrione,
quando abbatté le Arpie con le sue frecce infallibili,
a ciò costretto dall’ordine d’un re meno degno di lui,
perché un dio di più calpestasse la soglia del cielo 115
ed Ebe non conservasse a lungo la verginità);
fu più profondo, il tuo amore, di quell’abisso profondo:
ti fece accettare il giogo, pur non ancora sposata.
Non è così caro a un padre, già sfinito dagli anni,
un nipote che tardi gli nasca, nutrito dall’unica figlia, 120
riconosciuto erede delle ricchezze dell’avo
(è scritto sulle tavole del testamento, il suo nome,
e annulla la gioia malvagia di qualche parente deluso:
dalla testa canuta del vecchio fa scappar l’avvoltoio);
né mai tanto gioì colomba del bianco compagno 125
(eppure si dice che sempre va in cerca di baci coi morsi
del becco, più di una donna sopra a tutte vogliosa);
da sola tu superasti i loro slanci d’amore
non appena ti unisti col tuo splendido uomo. 130
In nulla, oppure in ben poco, inferiore a Laodamia,
allora la mia luce mi si gettò fra le braccia;
a lei sovente d’intorno volteggiava Cupido,
splendente nella sua tunica dal colore del croco.
Se ora lei non si appaga più del solo Catullo, 135
dalla mia casta padrona sopporterò qualche inganno,
per non essere troppo geloso come sono gli sciocchi;
anche Giunone, spesso, la più grande fra i numi,
dovette smaltire la collera per gli adulterii di Giove,
ben conoscendo gli inganni del voglioso marito. 140
E ingiusto paragonare gli dèi con i mortali.
[…]
solleva il peso ingrato d’un genitore tremante.
Del resto, ella non venne condotta per mano dal padre
alla mia casa olezzante di profumi otientali,
ma in una notte stupenda mi diede regali nascosti, 145
sfuggita dal grembo del suo stesso marito.
Dunque, per me è abbastanza se a me solo è concesso
un giorno da contraddistinguere con una pietra più bianca.
Soltanto questo dono, un dono fatto di canto,
a compenso di tutto il tuo bene, ho potuto renderti, Allio, 150
perché questo giorno, o un altro, o un altro ancora, non coprano
il tuo nome d’un velo di ruggine impenetrabile.
Gli dèi vi aggiungeranno in abbondanza quei doni
che Temi soleva recare alla pietà degli antichi.
Siate felici, tu e la donna che è la tua vita, (?) 155
la casa che fu la gioia mia e della mia donna,
colui che mi ha consentito l’approdo nel porto, colui
dal quale è derivato, per me, tutto il mio bene,
e la donna a me più cara di tutti e di me stesso,
la mia luce. Finché vive, vivere è dolce per me.
