a cura della Redazione
L’antichità non finisce di stupirci.
Una tomba egizia ci ha restituito nel 2022 un papiro con un centinaio di versi di Euripide da due tragedie perdute, Ino e Poliido, e gli archeologi hanno datato la tomba al terzo secolo d.C.
Il teologo cristiano Clemente Alessandrino (II-III sec.), a cui dedichiamo lo Studio di questo numero, nella sua opera Stromati (1, 134.2) cita Poliido all’interno di un lungo elenco di indovini e profeti della tradizione mitica greca, ma a proposito del solo Poliido precisa «di cui fa menzione la tragedia». È interessante che l’autore cristiano abbia ritenuto di ricordare in quel contesto la tragedia di Euripide, mostrando così non solo di conoscerla, ma anche di considerarla in modo particolare. Per noi finora Poliido era al più un personaggio della Biblioteca di Apollodoro, certo uno dei meno famosi, ma adesso il frammento scoperto ci permette di conoscere maggiormente questo mantis «dall’ampia conoscenza» e di sfiorare tematiche di rilevante interesse intorno a cui Euripide ha costruito la tragedia, il potere, la libertà, il limite, la profezia e la magia, la morte e la rinascita. La storia sembra essere questa: Minosse ha un piccolo figlio, Glauco, un nome interessante, che l’accomuna ad altri Glauchi del mito, spesso legati al tema del desiderio di immortalità o della trasformazione in divinità. Il bambino cade in un recipiente pieno di miele e il padre, disperato, cerca un indovino che sappia risolvere un indovinello; Poliido vi riesce e, riconosciuto come mago, viene incaricato di resuscitare il cadavere. Il testo di Euripide ci tramanda il dialogo fra Minosse e Poliido: in attesa della pubblicazione dei testi, accogliamo l’interpretazione di Battezzato, professore alla Normale di Pisa. Il re afferma il suo potere e lo stato di soggezione di Poliido, uno stato ontologicamente inferiore come un fatto di natura: «I mortali non hanno difesa contro la necessità. Non accogliere con ira quello che ti dico. Vedi? Il delfino comanda sulle onde del mare, comanda tra gli uccelli la forza dell’aquila, Zeus ha il potere supremo in cielo, e sulla terra ce l’hanno le monarchie: tu sei inferiore, sei sotto il mio potere; devi sopportare quello che ti impongo». L’indovino vi contrappone la libertà nei confronti del potente: «Questo non sarebbe un’affermazione corretta, in quanto diretta ad un uomo libero». All’ordine di resuscitare un morto contrappone il senso del limite e le leggi divine, richiamandosi anch’egli alla natura: «Tutte le cose che la natura fa sorgere devono nascere e morire».E neppure la tirannia o la ricchezza, sempre a rischio di hybris, potrebbero operare un sovvertimento così sconvolgente come la resurrezione di un morto.
Il testo euripideo ritrovato riporta solo il dialogo fra i due, e non sappiamo come il poeta impostasse il prosieguo della tragedia. In Apollodoro Minosse imprigiona Poliido col piccolo morto finché l’indovino, sull’esempio di un serpente, riesce a far rivivere il bambino. Quindi la resurrezione non è impossibile; ma l’unico altro esempio mitico, attribuito al medico Asclepio, provoca la sua uccisione da parte di Zeus per opera dei Ciclopi: è l’antefatto dell’Alcesti pure euripidea, mentre il ritorno alla vita della donna che si offre al posto del marito è attribuito dal poeta alla lotta di Eracle contro Thanatos, quando ancora l’appartenenza di Alcesti al regno dei morti non era definitiva. La differenza fra gli dèi e gli uomini è realmente solo questa, al di là di bellezza e potenza: la differenza fra athanatoi e brotoi, contro cui l’uomo antico continuamente s’imbatte.
È stata una scelta l’inserimento di questo papiro in una tomba? e del solo passo che dichiara l’impossibilità di rinascere? O una casualità affascinante?
Al di là dell’interesse scientifico per la scoperta dei nuovi frammenti, ci importa comunque ribadire l’importanza culturale ed educativa del mondo greco, sempre rinnovata ad ogni nuova aggiunta. L’interrogarsi dell’uomo sulla sua condizione, sul rapporto con gli dèi, sul destino, su ogni tipo di pretesa autoritaria porta ad un confronto con la situazione attuale, sull’uomo di ora e di sempre: con domande continuamente rinnovate ed inesauste. Su questo anzitutto vogliamo giocare il nostro incontro con l’antico e la nostra testimonianza al presente.
