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Editoriale 2026-1

by Mariapina Dragonetti

a cura della Redazione


Come redazione di Zetesis abbiamo sempre cercato di esprimere giudizi sulle vicende della scuola e sui pronunciamenti del Ministero. Rileggendo decenni di editoriali, di relazioni di convegni, d’interventi per la rubrica Problemi e dibattiti, possiamo ricostruire non solo la storia della scuola italiana dall’inizio degli anni Ottanta, ma anche la storia di tanti progetti di riforma di volta in volta avanzati e abbandonati, come di tante modalità di esame finale continuamente ripensate e lasciate cadere.

In quanto insegnante ho vissuto i lunghi anni (1969-1996) della maturità con quattro materie orali, di cui una scelta dal candidato e l’altra assegnata dalla commissione: ho subìto come tutti il disagio delle presentazioni costruite per favorire la seconda materia desiderata, la finzione della collegialità, la finzione ancora peggiore dei voti proibiti ma in qualche modo tenuti da parte: come sarebbe stato altrimenti possibile ricordare un candidato al momento dello scrutinio in base a giudizi stilati vagamente perché non fossero troppo obbliganti, specie con una commissione di 92 alunni, come mi è capitata? e il timore dell’ispezione, il rapido scomparire di compiti corretti non collegialmente, la posizione dell’unico membro interno a metà fra galoppino, difensore e accusato…

Poi gli anni di un esame continuamente rivisto, con commissioni miste o tutte interne a seconda degli anni e di qualche motivo non detto; anni comunque in cui ci si poteva rapportare fra interni ed esterni o interni e il presidente senza troppe ipocrisie, in cui le conoscenze acquisite dagli studenti potevano emergere nella terza prova o nei colloqui coi docenti; gli anni della cosiddetta “tesina”. Inizialmente, nelle intenzioni del Ministero, doveva essere un percorso fra le conoscenze e i testi degli anni liceali su un tema: un’idea di grande interesse, perché avrebbe permesso di trovare nessi e legami all’interno di un corso di studi di per sé frammentario. In realtà rapidamente l’idea di percorso si è trasformato in una ricerca su un tema anche del tutto esterno agli studi compiuti, estraneo, pur se a volte interessante e ben approfondito; e si è giunti a creare nell’esposizione orale nessi forzati, per non parlare dell’utilizzo di tesine riciclate. In seguito, in quanto preside, ho dovuto partecipare ad una riunione di poco precedente gli anni del Covid, dove venivano decantate le (allora) novità dell’esame e contemporaneamente venivano deprezzate in modo sgradevolmente ironico le modalità lasciate cadere (la tesina, la terza prova…), quasi ci venisse rinfacciato di averle messe in atto o addirittura di averle volute e pretese. Da allora, anche passati gli anni difficili del Covid, ogni anno abbiamo avuto modalità diverse.

Ora andiamo incontro all’esame 2026, che viene presentato come completamente rinnovato, teso a valorizzare conoscenze ed esperienze degli alunni ma anche, purtroppo esplicitamente, a ridurre i costi. I docenti sono quattro, cinque col presidente: un risparmio di due per commissione. Le materie sono pure quattro, perché le due degli scritti si ripetono negli orali, e il docente che insegna più discipline è tenuto a interrogare solo su quella dello scritto (latino, ad esempio, e non greco) e su quella indicata dal ministero per l’orale (storia, ad esempio, e non filosofia). Nebulosamente viene accennato al fatto che sarà possibile spaziare…, ma con lo spettro dei ricorsi dietro l’angolo ci pare molto improbabile. Francamente è difficile valutare positivamente una scelta così inficiata da motivi economici. Si è molto sottolineato, anche da uomini di scuola, il ritorno alle interrogazioni su materie e programmi, dopo il periodo di riflessioni estemporanee su documenti estratti a caso. Certo così è possibile una preparazione mirata almeno su quattro discipline: accontentiamoci, anche se per tutte le altre materie l’interruzione o almeno la riduzione forzata costituisce una perdita grave; d’altra parte l’accumulo di elementi extra, come l’esperienza di alternanza studio/lavoro e la cittadinanza, appesantisce il tempo della prova orale senza aggiungere molto al giudizio sul ragazzo; e per fortuna l’idea di “capolavoro” partorita in anni recenti è rapidamente scomparsa, o per lo meno diventata facoltativa.  

Che dire dunque? Lavorare il meglio possibile su quello che viene chiesto è sempre stato nei lunghi anni della rivista e nell’esperienza, più o meno lunga, di redattori e lettori la risposta al monito paolino: “Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono”.

In questo senso, oltre al giudizio sull’esame, stiamo lavorando sulla riforma dei programmi nei vari cicli d’istruzione: già in questi numeri abbiamo affrontato l’insegnamento della storia antica nella scuola primaria ed è in corso un più ampio lavoro di studio e giudizio sui programmi degli altri livelli di scuola. Ne daremo conto in prossimi numeri della rivista.