Einaudi, 2023
Il testo di Giuseppe Montesano Tre modi per non morire: Baudelaire. Dante. I greci del 2023 per Bompiani, portato in scena da Toni Servillo negli ultimi anni, trova la sua genesi nella prolungata relazione e collaborazione tra l’autore e l’attore, ricostruita nel montaggio di un dialogo “fittizio” riportato alla fine del testo, come quarta parte[1].
I due amici riflettono sulla attuale condizione dell’uomo, schiacciato dal progresso e dalla modernità e dalla forte pressione degli strumenti informatici. Vedono aumentare «gli infelici, i disoccupati, gli psicofarmacizzati, gli imprigionati […] nell’assoluto degrado, al di fuori dell’umano»; e concludono: «Ma noi, proprio noi, i fortunati dell’Occidente, non riusciamo a essere felici! Perché? Non sappiamo affrontare più niente, né la vita né la morte, e siamo impreparati di fronte al sesso, all’amore, alle passioni. Diciamo di essere una società progredita e civile, ma i padri ammazzano mogli e figli, le madri ammazzano i figli, i fidanzati le fidanzate, e tutto perché la sofferenza interiore, la ferita narcisistica dell’impotenza li strangola, e l’infelicità li afferra alla gola: e vogliono trasmetterla agli altri, scaricarla sugli altri. E il progresso dov’è?».
Da qui la domanda: «Come si fa a essere vivi nel cloud? Come facciamo? C’è cenere dovunque, ci affondiamo dentro, la produciamo anche noi, ogni giorno, ogni ora… Come si fa a vivere da esseri umani in mezzo alla perpetua cenere che si deposita su anime, corpi, menti?» Ed ancora la domanda inquietante per un letterato ed un attore di teatro: «Cosa può fare mai l’arte davanti a tutto questo?».
Da questi interrogativi nasce l’indagine oggetto del testo alla ricerca di parole di verità fin dal più lontano passato letterario e teatrale. Infatti «nel passato ci sono i momenti in cui qualcosa è arrivato al culmine della sua forza vitale, qualcosa che può darci il coraggio e l’energia di immaginare un altro modo di vivere. Quello che sto scrivendo per te, con te, i greci e il teatro, Dante e gli ignavi, Baudelaire e la ribellione, li raccontiamo come se fossero nostri, nostri, non sepolti sotto le lapidi dell’ossequio e della cultura funebre. In loro c’è il fuoco della vita, il fuoco sapiente che vibra misterioso in un frammento di Eraclito, quella forza che spinge a vivere la vita intensamente, più a fondo, più dentro… La nostra domanda, lo sai, ce la facciamo in continuazione, è semplice, ma forse è essenziale: resta ancora qualcosa, oggi, del fuoco di Sofocle, di Saffo, di Eraclito, di Dante, di Baudelaire e di molti altri maestri?»
Le prime tre parti del volumetto sono quindi dedicate espressamente a Baudelaire, a Dante e ai poeti greci le cui voci trovano risonanza e diffusione nelle parole scritte di Montesano e in quelle ora sussurrate, ora declamate da Servillo. Parole scritte e pronunciate con verità, illuminate dall’immaginazione, parole che accolte nella profondità dell’animo dei lettori e degli spettatori possono generare un cambiamento.
In apertura, nel dialogo Monsieur Baudelaire, quando finirà la notte? l’autore interroga il poeta su cosa è diventata l’umanità di fine ‘800 – ma analogamente anche quella dei nostri giorni –, preda del denaro, del consumismo, dell’omologazione, dell’indifferenza, dell’apatia, della noia e gli chiede che cosa la farà uscire da questa notte profonda: solo l’abbandono alle emozioni anche semplici, alla passione e all’immaginazione della poesia potranno cambiare non solo la vita del singolo, ma anche della collettività.
Nella seconda parte, Le voci di Dante, alla “selva oscura” dantesca, alla condizione umana propria degli ignavi che rifiutano di prendere posizioni, omologandosi al pensiero di tutti – equiparabili a tanti uomini della modernità che diventano massa indistinta, che, insensibili alle stragi e alle povertà di tanti, pensano solo al proprio benessere, – il poeta contrappone delle figure umane alte, che pur nella loro condizione di peccatori, sono “vive” perché testimoniano il desiderio instancabile di verità e di conoscenza, come Ulisse, e la passione d’amore umano, l’eros, come Paolo e Francesca. Scrive Montesano dando voce a Dante: «Siamo arrivati alle stelle solamente perché abbiamo attraversato tutte le metamorfosi che ci hanno rotti, spezzati, cotti, fatti sanguinare, divisi in due, frantumati, disfatti: siamo arrivati alle stelle perché siamo stati Paolo e Francesca ingannati da Eros che ha spezzato la fedeltà facendoli rispecchiare nella poesia, perché ci siamo tramutati in rami tagliati che gocciano sangue e parole, perché abbiamo smarrito la dritta via, perché siamo un paese che è un bordello, perché ci riconosciamo simili solo nell’odio, nell’infamia, abbiamo creduto di essere fatti della stessa sostanza dei sogni: eppure siamo arrivati alle stelle, e in quella luce che risplende solo nella lingua che la pronuncia, ora sappiamo che ritorneremo a vivere».
È la forza della poesia – invocata attraverso il dio greco Apollo – che «di negazione in negazione, ci concede di afferrare la vertiginosa presenza di qualcosa che sta al di là di ogni parola – e danzando con i concetti arriva all’immagine del poeta che “sognando vede”.
La terza parte – su cui mi soffermo particolarmente per l’indirizzo specifico del sito – intitolata Il fuoco sapiente, ci porta ad incontrare il mondo degli antichi Greci, singole individualità, ma espressione di un’intera civiltà di cui – secondo l’autore – il nostro mondo occidentale è totalmente debitore. Li sentono così vicini – Montesano e Servillo – da scegliere di utilizzare in questa parte dello spettacolo non più la lingua nazionale, ma il dialetto napoletano, con una recitazione più intima e familiare che rompe ogni lontananza dallo spettatore. Siamo così portati ad identificarci con i Greci che vengono da ogni costa del Mediterraneo «e inventano la forma del nostro pensiero, il potere in cui la mente conosce sé stessa nelle cose multicolori che la circondano, e vede il Mondo immenso in un Atomo minuscolo», spinti da una profonda voglia di conoscere e indagare l’ignoto perché «vogliono che nulla sia nascosto».
Vengono citati Anassimandro, Pitagora, Democrito, Empedocle, Zenone…, filosofi, poeti, scienziati che «senza telescopi e senza microscopi, quasi tre millenni fa, hanno avuto una rivelazione del mondo che nessuna civiltà ha mai avuto in quel modo. Il loro pensiero corre sulla via dell’immaginazione attiva: vede con gli occhi della mente ciò che non si può vedere con gli occhi del corpo… Che strumento abissale, l’immaginazione! […] Ma attraverso la logica, il numero, gli atomi, la parola, le idee, i Greci sono riusciti a vedere anche la nostra vita di uomini travolti dall’infelicità e dalla miseria – e senza mai girare la faccia dall’altra parte di fronte alla sopraffazione degli indifesi, allo sfruttamento degli ultimi, all’umiliazione dei poveri, al massacro degli sconfitti, allo stupro di corpi e anime, alle frustate e agli insulti della Storia, all’insolenza di chi ci tratta come sudditi, agli scherni dei mediocri contro i meritevoli, alle leggi dei forti contro i deboli».
E tutti questi aspetti della vita umana del singolo e della società i Greci li hanno saputi rappresentare non solo nella lirica – vengono ricordati Archiloco, Saffo e Mimnermo, – ma anche e soprattutto nel teatro «un luogo aperto a tutti gli influssi e alle correnti, un luogo dove la verità è la via che sale alle stelle e scende negli abissi ma è una sola e medesima via, e i loro sapienti praticano il pensiero che non ha timore di guardare in faccia la realtà»; il teatro – come spazio e come azione – «per contemplare in uno specchio magico la vita, la vita».
Nessun aspetto rimane fuori: «ai Greci importa soprattutto conoscere, senza lasciare nulla di tremendo e di feroce al di fuori della conoscenza, per vedere con lucidità le passioni magnifiche e quelle disgustose: per loro il teatro è questo vedere fin dentro il buio e la notte per uscire dal buio e dalla notte lavati da acque segrete, come il sole che muore nel mare e ritorna a vivere nuovo ogni mattina. Nel rito del teatro i Greci trovano una libertà assoluta».
Nel teatro greco appare che «la poesia non è solo un’arte fatta di parole, ma una delle forme in cui la vita diventa nostra», uno dei modi quindi «per non morire».
Eppure, nonostante questo lascito, se oggi noi siamo ancora quello che siamo, l’autore si chiede: «Ma noi? Dov’è andata per noi la poesia in cui la vita prende senso?» e altrove: «Ma come ritrovare la vita ebbra che abbiamo perduto? Noi – nella nostra decadenza, noi – nel nostro crepuscolo? Noi, in questo nostro purgatorio senza redenzione in cui sprofondiamo indifferenti?».
Montesano ci paragona ai prigionieri della caverna platonica; quando colui che è riuscito ad affrancarsi torna nella caverna per liberarli, Platone lo avverte che forse essi non vogliono essere destati e sarebbero disposti a fare a pezzi chi voglia risvegliarli e ricordare loro il dolore della libertà perduta.
E così «la recita nella caverna ci imprigiona tutti. Noi stiamo dimenticando la scintilla che dalla bellezza ci conduce al bene attraverso il pensiero che vive in un corpo e in un’anima, e dalla nostra caverna non siamo usciti. Oggi la caverna è dovunque, si nutre dei nostri cervelli digitali e delle nostre pulsioni animali e cresce come una velenosa rete invisibile: non abbiamo più catene ai piedi e alle mani, non servono per tenerci in schiavitù–non servono più: le catene siamo noi stessi».
Conclude Montesano: «E cos’altro, cos’altro dovevano raccontarci i Greci per aprire i nostri occhi sulla realtà? A noi, a noi smarriti, minuscoli, rassegnati, a noi che pensiamo sempre più spesso che tutto è perduto, e ci chiediamo: ma siamo ancora capaci di capire? C’è ancora scampo alla nostra presunzione? È ancora possibile ritrovare la forza per staccare lo sguardo dalle ombre che ci ipnotizzano? Dove possiamo trovare il coraggio per uscire dalla caverna?».
Sempre da Platone, dal Simposio, Montesano trae l’ultima indicazione: «Eros è colui che desidera ciò che gli manca. […] È lui, e solo lui che può farci entrare nella conoscenza. […] Amare vuol dire entrare e uscire da una realtà completamente diversa dalla nostra, amare vuol dire viaggiare partendo da ogni attimo senza sapere in quale attimo si va: un viaggio che ogni volta è senza ritorno. Tocca le parole, tocca i pensieri, toccali come si accarezza un corpo – e ogni parola, ogni pensiero, risponderà alle carezze fremendo e schiudendosi: non sei più fuori dalla vita, sei dentro la vita, dove l’eccitazione per l’ignoto va di pari passo con la felicità del riconoscimento. Eros vive nell’ignoranza che desidera il sapere – e lo trova.»
E ci esorta ad ascoltare la voce di Amore perché così «il fuoco sapiente divamperà».
Dall’incontro con gli autori del passato Montesano ci propone queste vie per riprenderci la vita che sembra sfuggirci di mano: la passione, il desiderio di conoscenza, l’immaginazione, la poesia e soprattutto l’amore «che fa vivere ogni cosa nel gran mar dell’essere, l’uomo, l’erba, il sole, il verme, il sasso, l’aria, l’acqua: un ritmo universale al cui ritmo si è accordato il veggente, e noi con lui, mossi da un’unica musica»[2].
L’invito arriva forte e potente grazie all’espressione intensamente poetica del testo – potenziata poi nella rappresentazione teatrale dalle capacità di Servillo –, ma soprattutto grazie alla visione sintetica di cui l’autore è stato capace; difficilmente, infatti, ho trovato una presentazione così unitaria e avvincente del pensiero e dell’arte greca che ha saputo raccogliere in un unico disegno organico le opere della grecità da Mimnermo fino a Platone.
[1] Il testo è stato letto nell’edizione Kindle, per cui non è possibile fornire l’indicazione precisa delle pagine. I passi citati si trovano all’interno della sezione del testo indicata.
[2] Dalla conclusione della sezione Le voci di Dante.
