Einaudi, Torino 2020
a cura di Giulia Regoliosi
Un libro inconsueto, scritto da Vecchioni, professore di latino e greco in un liceo milanese e cantautore.
Racconta di lezioni svolte al di fuori della scuola, al parco, in un’osteria, in una corsia d’ospedale; si parla di tutto un po’, liberamente ma con una guida. Tra i temi discussi, il rapporto fra verità e mito, i topoi mitici e fiabeschi, l’origine dei modi di dire, la formazione delle parole; alla scoperta dei Vangeli tre studenti studiano i sinottici immaginando scambi epistolari fra gli evangelisti; nell’affrontare la morte di Socrate il professore finge che Platone abbia inventato i dialoghi del Fedone per poter rendere pubbliche le proprie idee; trovano spazio Alda Merini e Saffo, Fabrizio de André e Garcia Lorca, Omero e altri ancora.
L’autore propone queste lezioni come veramente avvenute, facendo precedere il racconto dalla testimonianza degli studenti: Abbiamo conversato col dolore, tenuto in mano il capo di un filo ma sapendo che dall’altro c’era qualcuno. E scomposto le apparenze, per mischiarle e riunirle in un nuovo quadro che non ci illuda ma ci esalti, ci entusiasmi, ci faccia sentire vivi (pag. 9). Ma su una possibile base realistica, di esperienze in qualche modo avvenute, si è sovrapposta una sorta di fantasia, svelata anche dalla scelta dei cognomi degli studenti, tutti di famosi pittori dalle caratteristiche che traspaiono qua e là nella vicenda: il fatto stesso di elencare cognomi, pseudonimi famosi e caratteri in appendice, oltre ad essere scortese verso il lettore, sembra avvalorare l’idea di una finzione.
Comunque il libro è interessante e comunica a suo modo una possibilità di lezione e di rapporto con gli studenti su cui vale la pena di riflettere.
